Scontro sulle emissioni zero, gli Usa minacciano di uscire dall’Agenzia internazionale dell’Energia

Emissioni zero, ultimatum di Washington all’Aie: via il focus sullo zero netto o gli Stati Uniti lasceranno l’agenzia entro un anno

Scontro sulle emissioni zero, gli Usa minacciano di uscire dall’Agenzia internazionale dell’Energia
Washington alza il tiro contro l’Agenzia internazionale dell’energia e mette sul tavolo l’uscita formale se entro un anno non verrà accantonato il focus sull’azzeramento delle emissioni nette. La minaccia è stata pronunciata ieri a Parigi, durante la riunione ministeriale dell’Aie, dal segretario all’Energia Chris Wright, che ha chiesto un ritorno alla missione originaria dell’agenzia, centrata su sicurezza degli approvvigionamenti e accesso alle fonti, definendo la neutralità climatica una «illusione distruttiva».

Lo scontro a Parigi

Il passaggio segna uno scontro aperto con l’impostazione che l’Aie ha assunto negli ultimi anni, soprattutto dopo la pubblicazione degli scenari compatibili con l’obiettivo di emissioni nette zero entro metà secolo. Wright, ex dirigente del settore petrolifero, ha sostenuto che le probabilità di centrare quel traguardo sarebbero nulle, pur apprezzando il ripristino, nell’ultimo rapporto annuale, di uno scenario basato sulle politiche correnti che prevede un aumento della domanda di petrolio e gas nei prossimi decenni.

Il direttore esecutivo Fatih Birol ha replicato che l’agenzia «continuerà a elaborare scenari energetici multipli», inclusi quelli coerenti con gli obiettivi climatici globali, rinviando ai prossimi mesi la definizione del nuovo rapporto. La distanza tra le due posizioni è netta e investe il ruolo stesso dell’agenzia nella governance energetica internazionale.

La strategia americana

Il confronto però va letto dentro una traiettoria più ampia. Il “Rapporto di Ricerca: L’Evoluzione dell’Ostruzionismo Ambientale Statunitense” ricostruisce come l’attuale amministrazione abbia trasformato lo scetticismo climatico in una dottrina di Stato, attraverso atti esecutivi, abrogazioni normative e ritiri da sedi multilaterali.

Tra i passaggi chiave figurano il secondo ritiro dall’Accordo di Parigi nel 2025 e l’uscita dalla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici nel gennaio 2026, inserita in un ordine esecutivo che ha coinvolto decine di organismi internazionali. Sul piano interno, l’approvazione del One Big Beautiful Bill Act nel luglio 2025 ha accelerato la scadenza dei crediti fiscali per eolico e solare, ridimensionato gli incentivi per idrogeno e veicoli elettrici e rafforzato i meccanismi di sostegno alle filiere fossili.

A febbraio 2026 è arrivata anche l’abrogazione del Greenhouse Gas Endangerment Finding del 2009, la base giuridica che consentiva all’Epa di regolare le emissioni di gas serra ai sensi del Clean Air Act. Un passaggio che ha inciso direttamente sull’architettura normativa federale in materia climatica.

Un anno di ultimatum

In questo quadro, la pressione sull’Aie appare coerente con una strategia che mira a ricondurre le istituzioni energetiche internazionali entro una cornice centrata su sicurezza e offerta, riducendo il peso degli scenari di decarbonizzazione. L’obiettivo delle emissioni nette zero è considerato essenziale per rispettare l’Accordo di Parigi e contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

La scadenza indicata da Washington è di dodici mesi. Se l’Aie manterrà l’impostazione attuale, l’ipotesi di un’uscita statunitense diventerebbe concreta. Per un’agenzia nata nel 1974 per coordinare le politiche energetiche dei Paesi industrializzati dopo la crisi petrolifera, la prospettiva di perdere il principale attore del mercato mondiale dell’energia aprirebbe una fase di instabilità istituzionale e politica destinata a riflettersi sui mercati e sugli equilibri geopolitici.