Il 27 marzo 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge n. 38. In meno di ventiquattr’ore Confindustria lo ha smontato. Gli incentivi del piano Transizione 5.0 sono stati tagliati del 65 per cento, in modo retroattivo, su aziende che avevano già investito fidandosi delle rassicurazioni dell’esecutivo. Il credito d’imposta che le imprese recupereranno oscilla tra il 12,25 e il 15,75 per cento degli investimenti effettuati. Il fondo della legge di bilancio, che doveva essere di 1,3 miliardi, è stato ridotto a 537 milioni. Oltre 7.000 richieste sospese, per un valore di circa 1,6 miliardi.
Il presidente Emanuele Orsini ha chiesto “una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”: non poter fare affidamento sulle dichiarazioni del governo “mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni.” Il vicepresidente Marco Nocivelli ha parlato di misura che “lede il principio del legittimo affidamento.” Il Ministero delle Imprese ha convocato un tavolo per il primo aprile a Palazzo Piacentini. Si convocano tavoli quando non si sa più tenere le promesse.
Promesse con scadenza
La storia di Transizione 5.0 è una storia di impegni spostati finché non si sono spostati troppo in là. Il piano era già stato gestito con lentezza burocratica: dei 6,3 miliardi stanziati erano stati spesi solo 400 milioni. A novembre 2025, senza preavviso, il programma era stato chiuso con due mesi d’anticipo, lasciando oltre 7.000 imprese in lista d’attesa. La legge di bilancio aveva promesso di rimediare con 1,3 miliardi.
Il decreto li ha ridotti a 537 milioni, escludendo anche gli impianti fotovoltaici ad alta efficienza che le imprese erano state incentivate ad acquistare. Confartigianato, con il presidente Marco Granelli, e Confapi si sono già schierate accanto a Confindustria. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha risposto dal Forum Teha di Cernobbio invocando guerra in Iran e blocco dello Stretto di Hormuz: “Dobbiamo capire chi dobbiamo aiutare”.
È la grammatica del realismo. Solo che il Centro studi di Confindustria stima la crescita del Pil 2026 allo 0,5 per cento nello scenario migliore.
Il catalogo degli scontenti
Confindustria non è la prima. Da ottobre 2022 a oggi il governo ha collezionato scontri con le organizzazioni che avrebbe dovuto, se non tutelare, almeno non inimicarsi. La Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil) e l’Unione italiana del lavoro (Uil) hanno proclamato tre scioperi generali consecutivi contro le manovre, dall’autunno 2022 al novembre 2024.
Il governo ha risposto con la precettazione firmata dal vicepremier Matteo Salvini (Lega), riducendo lo sciopero nei trasporti da otto a quattro ore per due anni di fila. La Commissione sindacale internazionale ha degradato l’Italia al livello 2 del proprio indice dei diritti: tra i paesi con “ripetute violazioni.”
A marzo 2026, in vista del referendum sulla separazione delle carriere della magistratura, le principali organizzazioni datoriali si sono rifiutate di schierarsi per il sì. Anche la Cisl non ha dato indicazioni di voto. Fonti di Palazzo Chigi, riportate da Il Foglio, hanno parlato di “insofferenza” per la mancata discesa in campo degli alleati naturali. Il sì ha perso.
Tre anni di governo producono questo. I sindacati scioperano tre volte, precettati. Le organizzazioni datoriali disertano la campagna referendaria. Gli industriali accusano lo Stato di non saper mantenere le promesse. Giorgetti invoca le compatibilità. Orsini chiede coerenza. Sostanzialmente, quando un governo perde la fiducia di chi investe, la crescita che era già ferma rischia di fermarsi del tutto. E il tavolo convocato per oggi non restituisce i 763 milioni sottratti con un tratto di penna.