Segni: il Rottamatore fa bene

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di Vittorio Pezzuto

«Matteo Renzi è il classico giovanotto toscano, divertente e simpatico ma ogni tanto un po’ brusco e troppo parolaio. E da sardo non amo quelli che parlano troppo. Però se riesce in questa impresa tanto di cappello» osserva Mario Segni, che vent’anni prima del sindaco di Firenze ha incarnato coi suoi referendum elettorali la voglia di riforma del nostro Paese. L’ex senatore è cautamente ottimista: «Credo che stavolta il sistema possa davvero cambiare e trovo assolutamente positivo il tentativo del leader del Pd di trattare, peraltro alla luce del sole, col leader del principale partito dell’opposizione invece che con i suoi surrogati. Certo, non sottovaluto i rischi di un cammino forzatamente accidentato (ben ricordo come andò a finire con la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema) e so bene che nonostante la sua vittoria alle primarie, le diffidenze dell’apparato nei suoi confronti non sono sparite ma anzi aumentate. Ma se riuscisse a condurre in porto questa partita coglierebbe un successo che lo porrebbe al di sopra delle animosità e delle acredini».
Nel frattempo l’opposizione interna del Pd lo accusa di aver ridato al Cavaliere una nuova centralità nella scena politica.
«Mi sembra una grandissima sciocchezza, una critica sballata e vecchia. Berlusconi dispone di un largo consenso e di un ampio gruppo parlamentare, necessario per qualsiasi riforma. Del resto quelli che ora criticano Renzi sono gli stessi che hanno sempre detto che le riforme andavano fatte a grandissima maggioranza. E allora cosa pretendono?».
La convince il modello elettorale spagnolo in salsa italiana?
«La soluzione migliore sarebbe stata il ritorno al Mattarellum, col collegio uninominale secco a un turno. Rispetto alla palude in cui siamo sprofondati da anni, la soluzione concordata tra Renzi e Berlusconi avrebbe però il merito di traghettare finalmente l’Italia verso una dimensione di democrazia moderna».
Si ipotizza adesso il ballottaggio qualora nessuna coalizione superi il 35% dei consensi.
«Lo ritengo un accorgimento utile e importante, un tassello che assicurerebbe governabilità e condizioni di vera competizione elettorale».
Eppure con questo nuovo sistema continueremmo a non poter scegliere direttamente gli eletti.
«Guardi, il Porcellum era spaventoso. Imponendo le liste bloccate ha terremotato il principio fondamentale di fiducia e rappresentanza che legava i cittadini agli eletti. È vero che il problema non verrebbe risolto ma risulterebbe di molto attenuato da collegi molto piccoli (in grado di eleggere al massimo 5 deputati) e dalla decisione, perlomeno da parte del Pd, di primarie per la scelta dei candidati. Una pratica che, come ha proposto Gianni Cuperlo, andrebbe prevista per legge».
L’accordo stipulato tra i due leader contiene una clausola implicita: non si va a votare prima di un anno. Il tempo di approvare alcune riforme costituzionali. Lei ci crede?
«Dubito che sarà possibile mettere mano a una riforma complicata e di dettaglio come quella del titolo V della Costituzione. Però ritengo raggiungibile in un anno l’obiettivo fondamentale dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della conseguente modifica della natura e dei compiti del Senato».
Ancora una volta Beppe Grillo si è tenuto fuori da ogni tipo di accordo.
«Mi sembra che si stia uccidendo da solo. Però preferirei non addentrarmi troppo nell’analisi di un fenomeno difficilmente comprensibile come il suo».
Non è una sconfitta per la politica essersi ridotta a farsi dettare dalla Consulta i paletti sulla nuova legge elettorale?
«Non c’è dubbio. Si è trattato di una sconfitta gigantesca per il sistema dei partiti, che fa il paio con quella subita vent’anni or sono dai miei referendum. In questo avverto purtroppo una continuità: il sistema è stato finora incapace di autoriformarsi. E proprio per questo faccio il tifo per l’azione di Renzi e per il patto che ha siglato con Berlusconi: può riuscire dove tutti finora hanno fallito».