Si buttano altri soldi per le comunità montane

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di Clemente Pistilli

Sono da anni il simbolo degli enti inutili, ma resistono a tutti i Governi. Sono i primi apparati su cui sono stati assicurati tagli, ma continuano a drenare risorse. Le Comunità montane sembrano interessare a troppi politici, con il relativo entourage, per essere cancellate. Accade così che nel Lazio, solo per il funzionamento di quelle strutture, la Regione ha appena dato l’ok a distribuire 1,2 milioni di euro. E per quegli organismi è pure poco, visto che hanno presentato una lista dei costi che sfiora gli 8 milioni. I risparmi? Restano un sogno.

Il caso
In Italia le Comunità montane sono oltre 300, istituite con una legge del 1971, regolate poi con il testo unico degli enti locali del 2000, salvate dalla Corte Costituzionale dopo il tentativo di abolirle fatto nel 2008 dal Governo Berlusconi e finite, dal Governo Monti, ad essere solo trasformate, diventando Unioni di Comuni, passaggio tra l’altro ancora da compiere. Sono enti che dovrebbero contribuire allo sviluppo e alla tutela dei territori montani, ma da sempre riescono a fare ben poco. L’unica garanzia che hanno dato e danno è quella di poltrone a vari politici e incarichi a imprenditori e professionisti. Danno lavoro a 4.500 dipendenti e 7.500 guardie forestali. Numeri che fanno intuire facilmente perché sia così difficile eliminarle e siano finite per comprendere anche Comuni che si affacciano sul mare. Un’assurdità all’apparenza, ma così è. E, passata su tali enti la competenza alle Regioni, quando le Comunità sono state soppresse sono ben presto rinate sotto altro nome, come accaduto in Sicilia e Friuli. Oppure sono finite in una liquidazione mai ultimata, come in Molise e Puglia. Enti resistenti come pochi. Con tanti detrattori ma pochi fautori di una loro reale cancellazione.

Da Viterbo a Frosinone
Il Lazio non fa eccezione. Si sta ancora discutendo delle Comunità montane, ma l’obiettivo è comunque non quello di farle scomparire e far impegnare gli altri enti nei compiti affidati a quelli che vengono bollati come enti inutili. L’idea, anche da Viterbo a Frosinone, è quello di trasformarle in Unioni di Comuni. Tra l’altro, nel Lazio le Comunità montane sono 22 e c’è poi la Comunità di Arcipelago, che comprende le isole pontine, a cui vanno aggiunte 21 Unioni di Comuni, con il risultato che alcuni centri rientrano sia nelle Comunità che nelle Unioni. Un pasticcio. Intanto le Comunità montane costano ai cittadini e tanto.

L’ultimo regalo
Alla Regione sono state documentate spese, per il funzionamento di tali strutture, per oltre 7,7 milioni nel 2013. La Pisana, che non naviga sicuramente nell’oro e che è costretta a fare i conti con un maxi debito, con relative tasse e tagli dei servizi per i cittadini, ha così varato un contributo al funzionamento delle Comunità, per oltre 1,2 milioni. Somme distribuite con una determina firmata dal direttore regionale Guido Magrini. A incassare la somma maggiore non è la Comunità montana che comprende le cime più elevate del Lazio, dove magari si muove il turismo della neve, ma quella dei Castelli Romani e Prenestini. E a prendere meno non è l’ente che comprende i Comuni costieri, ma quello che raccoglie i Comuni dei Lepini. Tra una proposta di legge e un dibattito, una polemica e una ristrutturazione, gli enti della montagna vanno così avanti. Sacrifici per tutti. Come e più di prima. Tutti costretti a tirare la cinghia. Ma se si parla di Comunità montane qualche centinaio di migliaia di euro sembra proprio che non si neghi mai. Un quadro piuttosto chiaro. Opaco resta quello che ottengono da tali enti i 248 Comuni del Lazio che vi rientrano. All’apparenza poco. Di sicuro lo sviluppo economico e la cura del territorio attesi da tali strutture, chiari obiettivi di quegli enti, non si sono visti. Difficile che arrivino semplicemente togliendo il nome Comunità e mettendo quello Unione di Comuni. Si continuerà a pagare e tanto. Nel Lazio come è avvenuto e come ancora avviene nel resto d’Italia.