Sigonella provincia yankee. In arrivo altri aerei da guerra

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Fabrizio Di Ernesto

L’Italia non è un paese sovrano e deve sempre più spesso subire decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza, specie in campo militare. Non è infatti un mistero che la base americana di Sigonella, in Sicilia, sia sempre più centrale nella strategia bellica a stelle e strisce, e così Washington continua a decidere per noi. Dopo aver deciso di installare nel presidio il sistema Ags ed averne fatto un centro per i Global hawk e per i Predator, ora il Senato americano sta valutando la possibilità di farla diventare anche la base per i convertiplano Osprey, o falchi pescatori; questi velivoli metà elicotteri e metà aeroplani, sono destinati a rafforzare le dotazioni dell’aviazione americana e Nato per le operazioni in Africa e Medio Oriente. Il comitato per le forze armate del Senato statunitense ha infatti inviato un report al Pentagono affinché il progetto di realizzare nella base inglese di Mildhenall il centro operativo dei V22 venga sospeso, e Sigonella ne prenda il posto. Ovviamente al Parlamento italiano non sarà offerta la possibilità di pronunciarsi in merito a questa eventualità.

I falchi pescatori
Gli Osprey sono prodotti dall’industria Bell Boeing; decollano come un elicottero e volano come un normale aereo e sono in grado di trasportare fino a 24 soldati pienamente equipaggiati alla velocità massima di 509 Km all’ora. Attualmente sono al centro di dure polemiche tra gli analisti militari statunitensi per il loro costo, le ultime stime ufficiali parlano di 120 milioni di dollari l’uno contro i 49 milioni preventivati; per l’inquinamento acustico generato dai motori e per l’alto numero d’incidenti mortali che li hanno visti protagonisti, già una trentina le vittime tra militari e tecnici. Nel 2009 il Government accountability office, l’equivalente della nostra Corte dei Conti, aveva pubblicato un rapporto sulle scarse performance dei velivoli nel conflitto in Iraq. Secondo l’US Air Force, nel 2010 gli Osprey sono stati utilizzati solo nel 54% dei casi richiesti, in tutte le altre occasioni erano ufficialmente “in manutenzione”; mentre lo scorso anno la percentuale è salita al 68. Dall’inizio di agosto alcuni di questi aerei sono entrati a far parte del Marine helicopter squadron 1, l’unità d’eccellenza dell’aviazione statunitense che ha come compito il trasporto aereo del presidente Obama.

I motivi americani
Varie le considerazioni che hanno spinto il Senato a ipotizzare questo cambio. In primis una considerazione logistica, dal momento che questi velivoli saranno impiegati principalmente nel bacino nord africano ed arabico destinandoli a Sigonella il loro utilizzo sarebbe più tempestivo. Inoltre la base ospitando già il sistema Ags, per la sorveglianza della superficie terrestre, i Global hawk e i Predator diventerebbe un vero e proprio centro nevralgico per il Comando sud della Nato anche perché dalla prossima primavera la base siciliana ospiterà l’unità di pronto intervento combattimento aereo e terrestre del Corpo dei marines attivata per intervenire in Africa.
Non potevano poi mancare motivazioni di carattere economico, spostare il progetto garantirebbe alla finanze del Pentagono un risparmio di circa 67 milioni di dollari, questa infatti la spesa prevista per ammodernare le piste dell’aeroporto inglese e realizzare le infrastrutture necessarie alla manutenzione degli Osprey. Tutte strutture già presenti in Sicilia o che possono essere realizzate con un esborso relativamente basso. Inoltre eviterebbe di dover dislocare 900 soldati in una base periferica per gli interessi Usa. Nella base britannica l’aviazione americana ha già installato il simulatore di volo degli Osprey, ed è già stato completato l’edifico destinato ad ospitare le unità di volo, per un costo di circa 18 milioni di dollari e nonostante la distanza anche da questa base sono partite azioni militari per la Libia.
Ancora una volta quindi l’Italia viene mortificata da decisioni prese a centinaia di chilometri dal nostro Parlamento, senza che nessun politico prenda posizione, come già accade per il Muos e per le altre cento basi militari Usa presenti nella nostra Penisola, dove siamo sempre più un Paese a sovranità limitata.