Sospetti sulla cessione di Rosneft. Accuse inglesi per Intesa Sanpaolo. La banca ha prestato 5 miliardi ma non si capisce chi ha comprato

di Stefano Sansonetti
Economia

Inutile girarci intorno. Mentre in Italia tutti sono concentrati sulla battaglia per le Generali, all’estero è partito un duro attacco inglese nei confronti di Intesa Sanpaolo. E qui non c’entra nulla la partita sul Leone di Trieste. Sul piatto c’è invece un sempre più misterioso affare russo nel quale è stata coinvolta la banca guidata da Carlo Messina. Andiamo al sodo. Come era emerso qualche settimana fa, Intesa ha staccato un maxi assegno da 5,2 miliardi di euro per finanziare l’acquisto del 19,5% del gruppo petrolifero russo Rosneft, in fase di privatizzazione. I soldi sarebbero finiti a una joint venture tra Glencore, colosso minerario anglo-svizzero, e Qia, fondo sovrano del Qatar. Un’operazione che avrebbe dovuto indurre qui in Italia un paio di domande. La prima: perché Intesa si va a cacciare in manovre con Rosneft, società russa sotto sanzioni? La seconda: perché Intesa ha dovuto aiutare nell’acquisto colossi come il fondo del Qatar e Glencore, che hanno in cassa montagne di soldi? Così, mentre nel Belpaese tutto tace, all’estero qualcuno si è fatto queste domande.

Il dettaglio – L’ultima in ordine di tempo è l’agenzia di stampa britannica Reuters. La quale l’altro ieri ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: “Come la Russia ha venduto il suo gioiello petrolifero: senza dire chi lo ha comprato”. Nella ricostruzione Reuters dice innanzitutto che non si sa da chi sia arrivata una parte dei soldi. Da quanto risulta, infatti, il 19,5% di Rosneft vale complessivamente poco più di 10 miliardi di euro. Ora, Glencore ha messo sul piatto solo 300 milioni. Il fondo del Qatar ha sborsato 2,5 miliardi. Intesa Sanpaolo, che ha fatto lo sforzo maggiore, altri 5,2. Ma per arrivare al valore totale della quota mancherebbero all’appello 2 miliardi. E non si capisce chi li ha messi, scrive Reuters, ventilando l’ipotesi che possano essere intervenute banche russe. Magari quella stessa Vtb che, controllata dal Governo russo, è proprio la banca che secondo il Financial Times, in un articolo del 18 gennaio scorso ricordato ieri da La Notizia, ha messo a disposizione della joint venture tra Glencore e Qia la somma iniziale. Ma soffermiamoci sulla stessa joint venture, QHG Shares, che come rammentano Reuters e Financial Times ha sede a Singapore. È proprio questo il veicolo che ha preso i soldi, compresi quelli di Intesa, e ha rilevato il 19,5% di Rosneft. Ebbene, Reuters aggiunge che “secondo i pubblici registri la proprietà della struttura in ultima analisi vede coinvolta anche una società delle Isole Cayman, i cui beneficiari non possono essere tracciati”. Ne viene fuori una situazione sdrucciolevole per Intesa, che secondo le ricostruzioni delle due testate inglesi sarebbe subentrata nel prestito alla banca pubblica russa Vtb mettendo sul piatto la magna pars del finanziamento. Reuters, a questo punto, aggiunge anche un dettaglio scottante. “Esperti del settore bancario”, scrive, “riferiscono che a Intesa sarebbe stato chiesto di verificare l’identità di coloro a cui ha prestato denaro”. A muoversi sarebbero stati non meglio precisati regolatori.

Antipatie – Per carità, pare evidente che questa operazione non abbia le simpatie di certa stampa inglese, che di certo farà i suoi interessi. Ma traducendo il combinato disposto degli articoli di Reuters e Financial Times ne viene fuori un’accusa che suona così: Intesa è complice di una finta privatizzazione del colosso russo Rosneft. Se fosse credibile, perché Intesa l’avrebbe fatto? C’è chi pensa che la banca stia acquisendo un credito con la federazione guidata da Vladimir Putin. Credito simile a quello che poco prima aveva acquisito l’Eni, facendo entrare proprio Rosneft nello sfruttamento di Zohr, un maxi giacimento di gas egiziano. Insomma, “favori” che due importanti aziende italiane hanno fatto alla Russia. In cambio di un qualcosa che, prima o poi, non potrà non arrivare.

Twitter: @SSansonetti