Il fermo della Sea-Watch 5, annunciato ieri dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, continuano le polemiche. A tenere accesi i fari dell’informazione su questo scontro è Justice Fleet che critica il provvedimento del governo di Giorgia Meloni e denuncia gli ostacoli al soccorso civile nel Mediterraneo che derivano da questo ennesimo fermo.
“Con la Sea-Watch 5 è stata nuovamente fermata una nave della Justice Fleet dopo un’operazione di soccorso. Mentre il Mediterraneo resta letale, il soccorso civile in mare viene ostacolato e le persone in fuga rischiano prigione e violenza una volta a terra. Come Justice Fleet restiamo uniti – per i diritti umani in mare e per il diritto al soccorso. Non ci lasciamo intimidire e continueremo”, afferma Lisa Böhm, portavoce dell’alleanza.
Il provvedimento di fermo della Sea-Watch
Come noto, la nave della ong è stata sottoposta dalle autorità italiane a un fermo amministrativo di 45 giorni e a una sanzione di 7.500 euro dopo un’operazione di soccorso di sei persone nel Mediterraneo. Queste sono poi sbarcate a Napoli il 18 agosto, scatenando la risposta del governo italiano.
Secondo Justice Fleet, quello imposto alla Sea-Watch 5 è l’ottavo fermo di una nave dall’inizio del 2026. Un fatto che riduce ulteriormente le capacità di soccorso lungo quella che definisce “una delle rotte migratorie più letali al mondo”, aggravando l’emergenza umanitaria in corso da decenni.
Ma non è tutto. Justice Fleet, nel suo comunicato, richiama anche un recente rapporto delle Nazioni Unite che, secondo l’interpretazione della ong, descriverebbe un sistema di deportazioni, violenza sessuale e tortura contro persone in cerca di protezione e chiama in causa anche attori europei, tra cui Frontex.
Secondo l’alleanza che cita anche dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dall’inizio dell’anno il numero delle vittime nel Mediterraneo avrebbe superato quota 1.600. E segnala anche che negli ultimi dieci anni siano stati documentati nel Mediterraneo più di 70 gravi episodi di violenza attribuiti ad attori libici, compresi casi di colpi d’arma da fuoco contro persone in fuga e navi di soccorso, che rendono impossibile cooperare con la Libia.