Le stragi di mafia del 1992-1993 avevano un obiettivo politico, dovevano essere uno “strumento” per favorire Silvio Berlusconi. A sostenerlo è il boss Giovanni Brusca, ascoltato come testimone durante il processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo.
Brusca parla degli attentati di quegli anni sostenendo che “nelle discussioni con Bagarella dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra”. Così che potevano agevolare “Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”.
Stragi di mafia, la testimonianza di Brusca
Brusca, in video-collegamento da una località protetta, spiega che era stato contattato da Vittorio Mangano per arrivare a Berlusconi: “C’è un incontro per dargli l’incarico”, afferma. Mangano, poi, “ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”, afferma il boss.
Ma ci fu, dai boss, anche una “minaccia velata”, nei confronti di Berlusconi: “Se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”. Brusca afferma poi che Berlusconi, con le sue imprese, “pagava il pizzo”. Brusca racconta ancora: i boss di Cosa Nostra dopo l’arresto di Leoluca Bagarella, nel 1995, si incontrano e “durante una partita a poker, un pokerino, Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. È la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”.