Il Superbonus non è più super. M5S contro i tagli di Draghi. Fraccaro: il tetto Isee a 25mila euro uccide la misura. La battaglia sulla Manovra si sposta in Parlamento

Superbonus manovra Fraccaro
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Superbonus, Reddito di cittadinanza, fisco. La battaglia sulla manovra si sposta in Parlamento. Senatori e deputati avranno a disposizione 500 milioni per le modifiche alla Legge di Bilancio (qui la sintesi sul provvedimento): nella bozza si prevede infatti un aumento del Fondo per le esigenze indifferibile di mezzo miliardo l’anno. Le valutazioni sarebbero ancora in corso e c’è chi ipotizza che la dote per il Parlamento possa salire a 700 milioni.

Il Superbonus al 110%, figlio del M5S e sostenuto da tutti i partiti della maggioranza, è finanziato per tutto il prossimo anno solo per i condomini e per le case Iacp (o equivalenti). Vale per i pagamenti effettuati entro il 31 dicembre 2022. Dopo la detrazione rimane ma cala di percentuale: scende al 70% nel 2023 e al 65 nel 2024. Per le case unifamiliari invece il calendario è diverso. Non cambia nulla – cioè rimane la detrazione al 110% – fino al 30 giugno. Poi lo stesso sconto si allunga fino alla fine dell’anno se il proprietario ha un Isee inferiore a 25mila euro, oppure se ha già fatto entro lo scorso 30 settembre una Cila (la comunicazione di inizio lavori asseverata) o le pratiche per demolizione con ricostruzione.

Paletti questi per le unifamiliari che il M5S considera irricevibili. “Il Governo uccide di fatto il Superbonus e con esso la ripresa economica”, ha commentato a caldo il padre della misura, Riccardo Fraccaro (nella foto). E ieri Fraccaro (M5S), insieme con altri parlamentari, ha spiegato che la proroga del Superbonus necessita “di alcune importanti correzioni”. Si parte dal tetto Isee a 25.000 euro che, secondo il M5S, penalizza i tanti cittadini con abitazioni unifamiliari che superano di poco la soglia o non sono certo facoltosi e magari vivono in piccole città o in provincia, dove le abitazioni unifamiliari sono la norma.

Altro problema da risolvere è quello che limita il beneficio a chi, avendo reddito Isee superiore a 25.000 euro, abbia chiesto la Cila o avviato le procedure per demolizione e ricostruzione entro il 30 settembre 2021. “Si escludono così tanti soggetti che confidavano nel termine già fissato del 30 giugno 2022, procurando loro anche un danno economico, perché hanno già dato mandato ai tecnici per lo studio di fattibilità e la progettazione su lavori che non potranno avviare con l’agevolazione prevista”.

Reddito di cittadinanza. In Consiglio dei ministri è andato in scena l’ennesimo braccio di ferro tra lo schieramento di quanti – destre e renziani – vogliono ridimensionarlo e il M5S in trincea per difendere la sua misura bandiera. A far discutere la sospensione del sussidio e il taglio dell’assegno. Il M5S, grazie all’intervento del leader Giuseppe Conte (leggi l’articolo), ha impedito che il decalage scatti per gli occupabili a partire dal sesto mese e che il sussidio venga sospeso dopo la prima offerta di lavoro rifiutata.

Il punto di caduta si è trovato stabilendo che la riduzione dell’assegno parta dopo la prima offerta di impiego rifiutata e che la sospensione subentri invece dopo due offerte rifiutate. In Parlamento il M5S sarà costretto ancora una volta a difendere il suo cavallo di battaglia dai nuovi assalti che Salvini&C. muoveranno. Per quanto riguarda le pensioni il M5S annuncia la volontà di intervenire sullo strumento pensionistico dedicato alle donne. Se è vero che Opzione donna è stata prorogata è anche vero che è salito il limite di età per accedervi: da 58 a 60 anni per le lavoratrici subordinate e da 59 a 61 anni per le autonome.

“Come M5S presenteremo un emendamento per ristabilire i precedenti requisiti”, annuncia la deputata pentastellata Tiziana Ciprini. Ma su questo punto si starebbe muovendo il ministero del Lavoro per rivedere in senso più favorevole i criteri anagrafici. E poi c’è il capitolo fiscale. A dire come verrà usata la dote di 8 miliardi che la manovra ha destinato alla riforma fiscale sarà sì un emendamento del Governo ma frutto del lavoro d’intesa col Parlamento. La sinistra spinge per destinare la quasi totalità delle risorse a tagliare il cuneo fiscale per i lavoratori.

Il centrodestra e le imprese chiedono di agire anche lato aziende. I sindacati chiedono che tutto vada a beneficio di lavoratori dipendenti, pensionati e famiglie. Il Governo ha indicato nella manovra una direzione: la riduzione dell’Irpef e dell’Irap. Niente contributi, come chiedeva Confindustria. Per il taglio del cuneo non si fanno scelte ma si opzionano due vie: la riduzione delle aliquote e la revisione delle detrazioni. In base alle simulazioni fatte con le risorse disponibili, e considerando anche che si dovrà ridurre l’Irap, non si potrà far arrivare ingenti somme nelle tasche dei lavoratori se non si troveranno altri fondi. Le diverse ipotesi ed esercitazioni fatte nei mesi scorsi infatti ritenevano necessari almeno 10-11 miliardi per arrivare a ridurre il peso del fisco su tutte le fasce di reddito in maniera significativa.

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