Dobbiamo parlare con i talebani. Oppure in Afghanistan ci sarà un disastro umanitario. Il politologo Revelli spiega perché non c’è alternativa. Non spetta agli Usa dare un ruolo a Russia e Cina

talebani Revelli
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Marco Revelli, politologo e ordinario all’Università del Piemonte Orientale, secondo lei si deve dialogare o no con i talebani?
“Credo che il dialogo sia doveroso, al di là di qualsiasi considerazione che si possa fare nei confronti dell’interlocutore, che debba essere la via maestra per tentare di limitare i danni di un’avventura sconsiderata che gli Usa e i loro alleati hanno iniziato nel 2001. Io sono molto turbato dall’incapacità del nostro mondo politico, ma anche di quello giornalistico, di misurarsi con la realtà delle cose e di trarre le conseguenze da ciò che accade. La pandemia, l’Afghanistan, le Torri gemelle, la crisi del 2008-2009, sono state tutte sconfitte. E su queste non c’è stato nessun tentativo di seria riflessione. E’ tutto un chiacchiericcio in cui si selezionano i bersagli più o meno mobili”.

Per esempio?
“Giuseppe Conte è diventato un bersaglio nel momento in cui dice cose di assoluto buon senso. Ha detto che se si vuol limitare il danno bisogna discutere con quelli che al momento sembrano essere i vincitori. Qual è l’alternativa che propongono quanti dicono che con i tagliagole non si discute? Ritornare là con i blindati e gli F35 a bombardare i villaggi? Le figure autorevoli del panorama internazionale si sono pronunciate tutte per per imbastire una qualche forma di trattativa, dalla Merkel all’Ue fino al governo stesso americano”.

Ma Joe Biden fa resistenza a coinvolgere Russia e Cina.
“La verità è che sono tutti costretti ad ammettere che in questo caos Cina e Russia hanno delle carte in più per tentare di evitare che la tragedia dell’Afghanistan finisca in un’ulteriore catastrofe. Ma Biden si trova in una situazione difficilissima non creata da lui ma frutto di scelte precedenti, in primo luogo di Trump ma anche dello stesso Obama che aveva preso atto della necessità di uscire dal pantano afghano. A Biden è toccato il compito di mettere le mani nel fuoco per togliere le castagne. Ora si trova in grande difficoltà sul fronte interno e su quello internazionale. Si moltiplicano le voci di chi teme che ora si possa aprire un effetto domino. Se gli Usa non sono riusciti a difendere i loro alleati in Afghanistan ci si chiede cosa faranno a Taiwan o in Medioriente. Biden è in difficoltà a riconoscere un ruolo di primo piano alla coppia Cina-Russia ma credo proprio che la diplomazia segreta vada avanti nel dialogo anche con questi Paesi”.

Escludere Cina e Russia, secondo alcuni analisti, sarebbe un errore strategico perché spianerebbe loro la via a diventare protagonisti in quell’area.
“Ma questi Paesi già sono diventati protagonisti. Nel momento del ritiro americano si è aperto un vuoto in quell’area che è stato riempito dalle potenze che tra l’altro in termini geopolitici sono più vicine. Non ha grandi libertà di scelta l’America. E non spetta a lei attribuire o negare un ruolo di primo piano a chi comunque è in grado di prenderselo da sé. Dopo di che sono convinto che l’Afghanistan sia una situazione impossibile da controllare per qualsiasi potenza esterna, per via della sua storia secolare. È un’area che nessun impero è riuscito ad annettersi e a dominare. Dopo 20 anni l’ordine politico e militare che avrebbe dovuto costruire la coalizione dei volenterosi si è dissolto come neve al sole. Ma per tornare al punto della domanda credo che questo dialogo inevitabile con Russia e Cina sia politicamente impraticabile da parte di Biden per la situazione interna americana e per la conservazione di un consenso che si è molto assottigliato. Questo ci rende vulnerabili a situazioni di deterioramento delle relazioni internazionali di cui non c’è bisogno”.

Crede che a livello internazionale ci sia un sentimento anticinese?
“Credo che nel mondo politico le figure politiche attente ai rapporti con la Cina siano le più consapevoli di come in realtà i rapporti di forza siano in rapido cambiamento. C’è una mappa sulla presenza e il controllo a livello internazionale degli Usa e della Cina nel 2000 e oggi e si vede un cambiamento radicale di egemonia. L’Africa da azzurra è diventata rossa, così buona parte dell’Asia, persino l’America latina. L’ordine uscito dalla seconda guerra mondiale non esiste più”.

L’Europa sta manifestando inerzia di fronte alla linea degli Usa?
“L’Europa continua a fare l’Europa, cioè una potenza economica che tuttavia rimane un nano politico perché non è dotato di politica estera e strumenti militari unitari. Non credo possa avere un ruolo di primo piano in questa crisi se non ripetere alcuni concetti di buon senso come la necessità di coordinarsi e di accogliere i profughi, o ribadire l’ opportunità del dialogo”.

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