Trattativa Stato-mafia, il pg Fici: “Menti raffinatissime e pupari dietro le stragi. C’è chi ha depistato, distrutto e falsificato le prove”

trattativa mafia Dell'Utri
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“Chi ha agito fuori dalle leggi lo ha fatto per salvare un determinato assetto di potere e per tutelare il rapporto con la politica. Lo ha fatto facendo favori ai mafiosi, al di fuori dalle corrette dinamiche democratiche. E noi vogliamo sapere perché”. È quanto ha detto il pg Giuseppe Fici di Palermo, in avvio della requisitoria nel processo di appello sulla trattativa Stato-mafia.

“C’è qualcuno in quest’aula – ha proseguito Fici – che dopo avere letto e sentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, gli atti su via D’Amelio, dubiti dell’esistenza di soggetti che hanno agito nell’ombra? Nessuno, riteniamo noi, dubita dell’esistenza di menti raffinatissime, di pupari che hanno agito nell’ombra con evidenti gravi condotte che appaiono non comprensibili e certamente non giustificabili”.

Il pg, parlando della trattativa, ha poi aggiunto, rivolgendosi alla Corte d’assise: “Qui siamo di fronte a un sistema per cui bisogna credere per atto di fede. Se ci venisse spiegato il perché del più grande depistaggio della storia o magari della restituzione dei cellulari a Giovanni Napoli, saremmo in grado di valutare e magari avviare una riconciliazione con chi invece chiede ancora oggi giustizia e verità. Invece si preferisce tacere o dichiarare il falso piuttosto che raccontare la verità”.

La Corte d’Assise d’appello ha, invece, dichiarato prescritto il reato di calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, contestato a Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, ispiratore dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Mafia condotta dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Reato per il quale Ciancimino, in primo grado, aveva avuto 8 anni. Secondo i giudici si sarebbe prescritto il 2 aprile 2018, prima dunque della sentenza di primo grado.

In primo grado, nell’aprile 2018 (leggi l’articolo), nell’ambito dello stesso processo sulla trattativa, la Corte d’Assise di Palermo aveva condannato il fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (nella foto) a 12 anni per attentato a corpo politico dello Stato. Stessa condanna anche per il mafioso Antonino Cinà, medico di Salvatore Riina, per l’ex capo del Ros Antonio Subranni, e il suo vice Mario Mori. L’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno, invece, era stato condannato a 8 anni.

Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. In primo grado era stato condannato anche l’ex boss mafioso Leoluca Bagarella (28 anni) e assolto Assolto, l’ex ministro degli Interno, Nicola Mancino.

Secondo le conclusioni dell’inchiesta sulla trattativa condotta dalla Procura di Palermo, gli imputati intimidirono le autorità di governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia. Tre gli esecutivi che subirono tali pressioni, tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda.

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di Gaetano Pedullà

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