In Medio Oriente tornano a soffiare i venti di guerra. Se da un lato prosegue la fragile tregua tra Libano e Israele, che non impedisce alle forze di Benjamin Netanyahu di martellare il sud del Paese, dall’altro cresce la tensione tra Stati Uniti e Iran, con il rischio concreto di una ripresa delle ostilità. Su tutti questi fronti, il minimo comune denominatore resta la difficoltà di Donald Trump nel risolvere una crisi regionale che lui stesso, con la complicità del leader israeliano, ha contribuito ad alimentare.
Trump torna a minacciare l’Iran
Come facilmente intuibile, il fronte più caldo è quello iraniano. Qui, nonostante il cessate il fuoco sia in vigore da tempo, la diplomazia resta pericolosamente in stallo. Al Jazeera riferisce che Teheran ha ricevuto ufficialmente la risposta degli Stati Uniti, che avrebbe “completamente respinto” la proposta avanzata dalla Repubblica islamica nell’ambito dei negoziati. Secondo quanto trapela, il piano iraniano non avrebbe convinto Washington perché subordinava ogni apertura ad alcune condizioni considerate irrinunciabili: la fine della guerra su tutti i fronti; la revoca di tutte le sanzioni imposte all’Iran; lo sblocco dei beni congelati; un risarcimento per i danni e le perdite causate da Stati Uniti e Israele; e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz.
Condizioni giudicate inaccettabili da Trump che, accettandole, avrebbe di fatto ammesso il fallimento della propria operazione militare. Così, appena concluso il viaggio in Cina, il presidente americano è tornato a usare toni durissimi, affermando che “la campagna militare contro l’Iran continuerà”. Come spesso accade, tuttavia, poche ore dopo ha corretto il tiro, dichiarando a Fox News che “la mia pazienza nei confronti dell’Iran si sta esaurendo”, ma di essere ancora disposto a concedere una possibilità “ai negoziati”.
La risposta di Teheran
Il problema è che, al momento, un vero tavolo diplomatico non esiste. I contatti procedono con estrema lentezza e soltanto attraverso la mediazione del Pakistan. Per questo appare difficile immaginare uno sblocco della crisi nel breve periodo. Nel frattempo, tornando a parlare del programma nucleare iraniano sepolto sotto le macerie di Isfahan, Trump ha lanciato l’ennesima provocazione: “Mi sentirei meglio se lo ottenessi e penso che lo otterrò”.
Alle sue dichiarazioni ha risposto il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ribadendo che Teheran considera la tregua con Washington “instabile”, ma che il Paese sta comunque “facendo il possibile per mantenerla e dare alla diplomazia una possibilità di trovare una soluzione al conflitto”. Parole che, almeno in apparenza, sembrano distensive, ma che in realtà confermano quanto la situazione resti bloccata. Poco dopo, infatti, il governo iraniano ha ribadito di essere “proprietario dello Stretto di Hormuz” e che “non lo cederemo a nessun prezzo”.
Il Medio Oriente continua a infiammarsi
Nel frattempo, il Medio Oriente resta ostaggio delle operazioni militari israeliane in Libano, a Gaza e in Cisgiordania. In queste ore, nonostante l’intesa sulla tregua con Beirut, il copione si ripete identico: l’esercito israeliano (Idf) emette quotidianamente ordini di evacuazione nel nord del Libano e poi bombarda le aree interessate. Soltanto ieri, secondo diverse fonti, nei raid sarebbero morte una decina di persone, tra cui anche due bambini. L’Idf sostiene di aver colpito “terroristi di Hezbollah”.
Ma il fronte più preoccupante resta quello della Cisgiordania dove, complice il silenzio della comunità internazionale, la situazione sembra precipitare di giorno in giorno. Ad alimentare ulteriormente le tensioni è stato il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich che, nel pieno della crisi politica a Tel Aviv e nel tentativo di rafforzare il proprio consenso, ha dichiarato che “è giunto il momento di cancellare, in modo permanente, le linee che distinguono le aree A, B e C”.
Le violenze in Cisgiordania
Si tratta della suddivisione prevista dagli Accordi di Oslo II, firmati nel 1995 da Israele e Autorità Palestinese: l’area C è sotto pieno controllo israeliano; l’area B è amministrata civilmente dai palestinesi ma sotto controllo di sicurezza israeliano; mentre l’area A ricade sotto piena amministrazione palestinese. Parole incendiarie che arrivano in un momento già drammatico per la Cisgiordania. Secondo i media palestinesi, nella notte alcuni coloni israeliani avrebbero incendiato una moschea e diversi veicoli nel villaggio di Jibiya, nell’area di Ramallah.
Ma non è tutto. Dopo queste violenze, alcuni palestinesi avrebbero protestato e, nei successivi scontri con l’Idf, secondo fonti arabe un ragazzo di quindici anni sarebbe stato colpito “da proiettili sparati dalle forze israeliane all’alba nella città di Al-Lubban al-Sharqiyya, nel governatorato di Nablus”. Una ricostruzione parzialmente confermata dall’esercito israeliano che, parlando con l’AFP, ha dichiarato di aver “eliminato un terrorista a volto coperto” che avrebbe “lanciato pietre contro veicoli israeliani su una strada principale, mettendo in pericolo delle vite”.