Quando Donald Trump ha annunciato di voler riprendere in mano il dossier ucraino, come riferito ieri da Politico, i leader europei hanno sudato freddo. E dopo nemmeno 24 ore i loro timori hanno preso vita quasi subito, con il tycoon che, letteralmente appena arrivato al tavolo del G7, ha salutato i suoi omologhi ridendo e pronunciando una frase eloquente: “Il capo sono io”. Può sembrare una battuta, con tanto di sorrisi nervosi dei presenti, ma non lo è. Infatti poco dopo si è capito che il presidente degli Stati Uniti, messa da parte la crisi mediorientale dove non ha ricevuto l’aiuto che si aspettava dagli alleati, intende farla pagare cara all’Unione europea.
Già perché come riferito dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, il leader di Washington nel corso degli incontri del G7 ha confermato che “gli Stati Uniti continueranno a fornire all’Ucraina gli aiuti militari essenziali, compresi i sistemi d’arma che solo Washington può garantire, ma il grosso dei finanziamenti sarà a carico degli alleati europei e del Canada”.
La vendetta di Trump contro l’Europa
Insomma, l’idea del tycoon è quella di monetizzare il più possibile sulle forniture militari a Kiev, spremendo i suoi alleati. Una posizione che dovrebbe indignare ma che, al contrario, viene sostenuta dal vertice del Patto Atlantico. “Gli Stati Uniti hanno giustamente detto: non metteremo noi i soldi” per le armi, ha spiegato Rutte, salvo poi aggiungere che in alcuni casi è il Congresso americano a decidere eventuali fondi da destinare all’Ucraina, ma che in ogni caso “le grandi somme” necessarie per garantire la sopravvivenza di Kiev “dovranno essere garantite dai Paesi d’Europa e dal Canada”.
Ma evidentemente Rutte e Trump non vogliono minimamente considerare che l’Unione europea già da tempo finanzia la resistenza ucraina, così da sopperire al disimpegno americano che, nei fatti, è iniziato proprio con il ritorno alla Casa Bianca del tycoon. Quel che è peggio è che non c’è stata alcuna protesta da parte dei membri del G7 che, al contrario, hanno preferito glissare su una tematica tanto importante.
Anzi i capi di Stato e di Governo dei sette Paesi più industrializzati del mondo si sono limitati a diramare una nota in cui si dicono “uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale” aggiungendo di aver “concordato di aumentare la fornitura di ulteriori capacità, sistemi e intercettori di difesa aerea, nonché di capacità a lungo raggio” all’esercito di Volodymyr Zelensky. Documento in cui viene ribadito anche l’impegno “ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa”, attraverso il rafforzamento “delle sanzioni a Mosca, comprese quelle sui settori del petrolio e del gas”.
La pace in Ucraina resta lontana
Insomma con la guerra in Ucraina che è entrata nel suo quinto anno, superando perfino la durata della Prima guerra mondiale, la ricetta dell’occidente resta sempre la stessa. Infatti, al di là di sporadiche dichiarazioni, continua a mancare l’impegno a instaurare trattative diplomatiche che dovrebbero andare di pari passo con il supporto alla resistenza di Kiev. Sul punto, infatti, si registra la dichiarazione dello stesso Rutte che si è limitato a dire che “per arrivare all’accordo bisogna essere in due a ballare il tango”.
A suo dire “il presidente Volodymyr Zelensky è disposto a ballare il tango per sedere a un tavolo negoziale, ma chiaramente il presidente russo Vladimir Putin finora non lo è”. Che le cose stiano così appare evidente, ma c’è da chiedersi se questa politica del muro contro muro possa realmente convincere lo zar a trattare. Quel che è certo è che quanto emerso dal G7 ha reso euforico Zelensky che, prima di fare ritorno in patria, ha esultato affermando che il vertice “ha prodotto risultati importanti”, a partire dal fatto che “abbiamo concordato un ulteriore rafforzamento della difesa aerea dell’Ucraina” e per finire con la predisposizione di “nuove misure per fare pressione sulla Russia”.