Se il messaggio mandato da Donald Trump al Venezuela, con il blitz che nella notte tra il 2 e il 3 gennaio ha portato al rapimento e all’arresto del presidente Nicolás Maduro, non fosse stato sufficientemente chiaro, allora gli Usa potrebbero colpire nuovamente Caracas. A dirlo è stato lo stesso tycoon, affermando che, se la neopresidente ad interim ed ex fedelissima di Maduro, Delcy Rodríguez, non eseguirà le volontà di Washington, dovrà prepararsi a pagare “un prezzo più alto” di quello pagato dall’ormai ex leader venezuelano.
Del resto, sempre stando a quanto raccontato dall’inquilino della Casa Bianca, “siamo noi ad avere il controllo in Venezuela” e “stiamo trattando con persone che sono appena entrate in carica”, alludendo proprio alla Rodríguez che ieri, malgrado il caos che regna nel Paese sudamericano, ha incassato il via libera dei militari. Questi ultimi, come noto, rappresentano la spina dorsale del Venezuela e del regime che, a dispetto di chi esulta per l’azione militare di Trump che avrebbe “liberato il Paese”, è tuttora al potere.
Le mani degli Usa sul petrolio
Ma qual è il vero motivo che ha spinto Trump ad attaccare? Malgrado quanto da lui stesso raccontato nell’immediatezza dei fatti, appare difficile credere che si sia trattato della lotta al narcotraffico e, ancor meno, che la decisione sia maturata per “salvare” il popolo venezuelano.
La verità, infatti, è emersa nelle ultime ore quando lo stesso inquilino della Casa Bianca, evidentemente in preda a un delirio di onnipotenza e abbandonato ogni contegno, ha svelato che la vera ragione dietro la destituzione di Maduro è il petrolio. “Gli Stati Uniti hanno bisogno di accesso totale al petrolio e ad altre risorse in Venezuela”, ha dichiarato ieri il presidente americano, aggiungendo che si attende “grandi investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi per ripristinare le infrastrutture”.
Quel che è certo, smentendo definitivamente ogni velleità di aver agito per il benessere dei venezuelani, è che Trump ha spiegato di voler prima “sistemare il Venezuela, poi pensare alle elezioni”, precisando che la presenza militare degli Stati Uniti nel Paese dipenderà dagli sviluppi futuri e dall’atteggiamento della nuova leadership a Caracas.
Una serie di invettive che hanno colpito nel segno, con la Rodríguez che ha risposto invitando il tycoon a “lavorare insieme” e invocando un rapporto rispettoso tra i due Paesi, caratterizzato da “pace e dialogo, non guerra”. Dichiarazioni che, secondo alcuni, sottintenderebbero l’esistenza di un accordo già in essere tra la neopresidente e il leader americano.
Trump insiste sulla Groenlandia e alta la tensione con l’Ue
Ma per questo 2026 Trump sembra avere piani che vanno ben oltre il Venezuela. Dalla Colombia a Cuba, dal Messico all’Iran e fino alla Groenlandia, nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti ne ha letteralmente per tutti e minaccia interventi militari in mezzo mondo.
“La Colombia è governata da un uomo malato (il presidente Gustavo Petro, ndr), non lo sarà ancora per molto tempo. L’operazione Colombia mi sembra una buona idea”, ha tuonato, evocando una missione analoga a quella che ha portato all’arresto di Maduro. Nel suo mirino ci sono anche il Messico, che a suo dire “deve darsi una regolata” per limitare il traffico di droga e migranti, Cuba, che “è pronta a cadere”, e l’Iran, che, se “colpirà i civili” impegnati nelle proteste contro il regime degli ayatollah, dovrà prepararsi a subire l’ira degli Stati Uniti.
Ma è soprattutto sulla Groenlandia che le dichiarazioni del tycoon hanno assunto toni grotteschi: Trump ha ribadito che gli Usa “hanno bisogno della Groenlandia” per la propria sicurezza, sostenendo che “anche l’Ue ha bisogno che noi controlliamo la Groenlandia”, perché “la Danimarca non sa occuparsene”.