Trump esulta per la “vittoria totale sull’Iran”, ma poi si piega e tratta la pace definitiva sulla base del testo fornito da Teheran

Trump esulta per la "vittoria totale sull'Iran", ma poi si piega e tratta la pace definitiva sulla base del testo fornito da Teheran

Trump esulta per la “vittoria totale sull’Iran”, ma poi si piega e tratta la pace definitiva sulla base del testo fornito da Teheran

Dopo aver minacciato di “spazzare via un’intera civiltà” nell’arco di una notte, riferendosi all’Iran, Donald Trump ha fortunatamente fatto marcia indietro. Una giravolta arrivata proprio quando nessuno ci sperava più, con la scadenza dell’ultimatum al regime degli ayatollah ormai a un passo, annunciata con i soliti post trionfalistici – e surreali – del tycoon. “Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale”, ha scritto il presidente americano sui social, aggiungendo però che lo stop ai combattimenti è subordinato “alla riapertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz”.

Un risultato che Trump non ha esitato a definire “una vittoria totale degli Stati Uniti”, anche se c’è da dubitarne, poiché il regime di Mojtaba Khamenei è ancora integro e le future trattative di pace verteranno sulla proposta iraniana, non su quella americana già cestinata da tempo. Quel che è certo è che l’accordo è tutt’altro che blindato. Si tratta, infatti, di una tregua della durata di due settimane, condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz, che dovrà essere sfruttata per avviare i negoziati – il cui inizio è fissato per venerdì a Islamabad, in Pakistan – con l’obiettivo di arrivare a una pace duratura. Il problema è che, al momento, i negoziati si preannunciano in salita, a causa della perdurante distanza tra le richieste delle parti.

Il flop di Trump

Appare evidente, però, che il raggiungimento di questa fragile intesa è frutto di un compromesso tra Teheran e Washington, e non di un trionfo americano. Che le cose stiano così lo si capisce proprio dai negoziati previsti a Islamabad, dove si incontreranno la delegazione di Washington – di cui faranno parte il vicepresidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner – e quella di Teheran, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Sul tavolo c’è il piano di pace iraniano, a riprova di come Trump bluffi affermando di aver stravinto, che mette al centro delle interlocuzioni l’ipotesi di istituire un pedaggio per le navi che intendono transitare nello Stretto di Hormuz.

Un punto che, se dovesse diventare realtà, costituirebbe uno smacco per il leader americano, visto che prima della guerra nessun tributo era dovuto e che a beneficiarne sarebbe proprio quel regime che Trump diceva di voler “distruggere”. Tra i punti presenti nel piano c’è anche la garanzia che l’Iran non verrà più attaccato, lo stop agli attacchi israeliani in Libano – contro cui si è già scagliato Benjamin Netanyahu, affermando che l’accordo non riguarda il conflitto tra Tel Aviv e Beirut – e la revoca delle sanzioni internazionali contro l’Iran, che di fatto riabiliterebbe il Paese agli occhi della comunità internazionale. È prevista inoltre la cessazione di tutti i combattimenti contro gli alleati dell’Iran. Insomma, condizioni che per settimane gli Usa avevano giudicato irricevibili e che, di colpo, sono diventate un’ottima base per trattare. Negoziati a cui, però, Usa e Iran guardano con sospetto.

Negoziati in salita

Trump e Netanyahu hanno dichiarato che, se la trattativa non sarà conveniente, “la guerra riprenderà”. E dichiarazioni analoghe sono arrivate da Teheran, con i Pasdaran che dicono di “non fidarsi di un leader che cambia idea quotidianamente”. Un cessate il fuoco che sembra non essere andato giù a Netanyahu, il quale, tagliato fuori dalle trattative della scorsa notte, ha accettato con riluttanza di fermare i raid sull’Iran. Ma fermare anche il conflitto con Hezbollah in Libano non è nelle sue intenzioni. Teheran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz, anche se il tycoon ha minimizzato lo scontro sul Libano: “Sono scaramucce”, ha detto.

E ha precisato: “C’e solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse”, criticando i “numerosi accordi, elenchi e lettere che vengono diffusi da persone che non hanno assolutamente nulla a che fare con i negoziati tra Stati Uniti e Iran; in molti casi, si tratta di autentici truffatori, ciarlatani e individui persino peggiori”. L’Iran ha minacciato di non avviare i negoziati nel caso in cui i raid sul Libano non cessino.