Malgrado la tregua tra Stati Uniti e Iran, nello Stretto di Hormuz torna ad alzarsi la tensione. Come riporta l’UK Maritime Trade Operations (UKMTO), l’ente che monitora il traffico marittimo, una nave commerciale è stata colpita mentre transitava davanti alle acque dell’Oman. A colpirla sarebbe stato un “proiettile non identificato”, che ha provocato danni al ponte di comando ma, fortunatamente, senza causare vittime o feriti.
Poco dopo, però, alcuni funzionari statunitensi hanno chiarito al Wall Street Journal che l’attacco, ai danni della Ever Lovely, sarebbe stato lanciato dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che come noto pretendono di dirigere il traffico nel piccolo lembo di mare.
Difficile bollarlo come un incidente, perché poco dopo a confermare l’attacco è stato il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, che ha messo in guardia le navi dal tentare l’attraversamento dello Stretto di Hormuz attraverso “accordi ambigui, percorsi paralleli o decisioni prese al di fuori delle considerazioni iraniane”. Secondo Teheran, in quanto Stato costiero, nulla sarebbe garantito senza il suo coinvolgimento.
Davanti a questo raid, il traffico marittimo è stato temporaneamente sospeso, salvo poi riprendere, in forma molto ridotta, qualche ora dopo.
Trump messo alle strette dall’Iran
Questo attacco, con le inevitabili ripercussioni sui tentativi di attraversamento delle navi, ha fatto infuriare Donald Trump che, come noto, da tempo vuole dipingere la sua operazione militare contro il regime degli ayatollah come un successo, sostenendo che abbia portato alla riapertura di Hormuz. E poco importa se lo Stretto, nella fase precedente alla guerra, era aperto al transito senza minacce di attacchi o richieste di pagamento di pedaggi. Ma tutto ciò al tycoon non interessa: lo stesso, infatti, ha ribadito che grazie a lui Hormuz “è aperto”, come dimostrerebbe il fatto che “ieri sono transitati 19 milioni di barili di petrolio”, facendo “crollare i prezzi del greggio”.
Il presidente americano ha insistito anche sul fatto che “mai e poi mai” concederà all’Iran “il diritto di riscuotere un pedaggio” nello Stretto, ipotesi più volte evocata dal governo di Mojtaba Khamenei. Peccato che nessuno sembri credere alle minacce di Trump, anche a causa delle sue continue giravolte. Secondo quanto raccontato dal Wall Street Journal, l’Iran starebbe lavorando a un sistema di “tassazione sui servizi alla sicurezza e la tutela ambientale dello Stretto di Hormuz”, con cui spera di “generare fino a 40 miliardi di dollari l’anno”.
Ironia della sorte, l’idea degli ayatollah non sarebbe neanche in contrasto con il diritto internazionale. Teheran, sempre secondo il prestigioso quotidiano, starebbe valutando modelli adottati in altre parti del mondo, in particolare “quello utilizzato dalla Turchia per i Dardanelli”.
La strategia di Bibi
Quel che è certo è che Trump ha fretta di lasciarsi alle spalle la crisi mediorientale che lui stesso ha contribuito a creare. E pur di riuscirci, alimentando i dubbi di molti esperti sul fatto che l’intesa con Teheran possa essere sostanzialmente una “resa incondizionata” degli Usa, starebbe valutando lo spostamento di alcune basi oggi situate nei Paesi del Golfo verso Israele, al fine di favorire i progressi nei negoziati di pace. Il problema è che più cresce la convinzione che gli Stati Uniti abbiano la necessità di disimpegnarsi, più si irrigidiscono le posizioni delle altre parti in causa, ossia Iran e Israele.
Proprio Benjamin Netanyahu, che continua a rivendicare il diritto a condurre operazioni militari a Gaza, in Libano e forse anche in Iran, sta complicando non poco le trattative tra Washington e Teheran. Gli ayatollah, infatti, continuano a sostenere che la pace con gli Usa sia vincolata anche alla situazione in Libano e nella Striscia di Gaza, intimando a Trump di frenare le offensive israeliane; in caso contrario, avverte Teheran, ci sarà “una reazione potente”. Ma Bibi non sembra sentire ragioni e ogni volta alza l’asticella con nuovi raid che sembrano destinati a sabotare i negoziati.
Gli attacchi dell’IDF hanno colpito anche ieri il sud del Libano, con l’agenzia libanese NNA che denuncia bombardamenti nei quali hanno perso la vita almeno “otto vittime” e decine di feriti a Monsouri, mentre sono stati esplosi colpi di artiglieria contro le città libanesi di Barashit e Beit Yahoun. Ma non è tutto. Le forze armate fedeli a Netanyahu, a riprova della sua decisione di continuare la propria crociata militare, ieri sono tornate a colpire anche la Striscia di Gaza, causando almeno due vittime a Jabalia al-Balad, alimentando i dubbi sulla tenuta della tregua.