Mario Turco, vice presidente M5S, gli attacchi a Sigfrido Ranucci da parte del centrodestra si sono intensificati. Secondo lei il vero obiettivo è Ranucci o, più in generale, Report e quel modello di giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico? Vede il rischio di un progressivo ridimensionamento dell’autonomia editoriale della trasmissione?
“Il punto va ben oltre Sigfrido Ranucci. Quando gli attacchi diventano sistematici, nel mirino rischia di finire soprattutto un modello di giornalismo d’inchiesta capace di fare domande scomode al potere politico ed economico. Report può essere criticato e, quando sbaglia, deve risponderne. Ma una cosa è la critica, altra la pressione politica continua su una trasmissione del servizio pubblico. La Rai deve garantire pluralismo e autonomia editoriale, non diventare il luogo in cui il governo decide quali inchieste siano accettabili. Difendere Report e Ranucci significa difendere il diritto dei giornalisti di indagare e dei cittadini di essere informati. Una democrazia forte non teme le inchieste; deve temere, semmai, una televisione pubblica addomesticata. Oggi, evidentemente, Report e Ranucci fanno paura a certa politica”.
Parla Turco, vice presidente M5S
Con Nova–Parola all’Italia, il Movimento sta sperimentando un metodo di costruzione del programma dichiaratamente dal basso, con oltre cento incontri territoriali e una fase deliberativa con cittadini e stakeholder, fino all’evento conclusivo di settembre. In concreto, quali criteri userete per selezionare le proposte che entreranno davvero nel programma e come pensate di portarle al tavolo del campo progressista senza che vengano diluite o sacrificate nella trattativa tra partiti?
“Nova nasce per costruire dal basso un programma di cambiamento del Paese, non nelle stanze dei partiti. Dopo oltre cento incontri territoriali, le proposte saranno selezionate per capacità di rispondere ai problemi reali, realizzabilità e coerenza con i nostri valori. A settembre porteremo a sintesi questo lavoro in un grande evento che si terrà a Milano nei giorni 19 e 20 settembre. Al tavolo progressista siamo disponibili al confronto, ma non a svuotare le nostre proposte per una coalizione soltanto elettorale e di facciata. Restiamo una forza politica radicale nel senso autentico: vogliamo andare alla radice dei problemi e fornire soluzioni. Su lavoro, sanità, economia, fisco, giustizia sociale, legalità, ambiente, politica estera, pace e contrasto alla corsa al riarmo arriveremo con priorità chiare. La sintesi è necessaria, ma deve avvenire sui contenuti nell’interesse dei cittadini”.
Conte viene spesso accusato di rendere più difficile la costruzione del campo largo per le posizioni del Movimento 5 Stelle su Ucraina, riarmo e politica estera. Ma il problema è davvero il M5S, che su questi temi rivendica una linea definita, oppure il Pd, al cui interno convivono posizioni difficilmente conciliabili? Su quali punti di politica estera può esistere un programma comune di governo?
“Non credo che il problema sia Giuseppe Conte o il Movimento 5 Stelle. Sulla politica estera abbiamo una linea chiara: condanna dell’aggressione russa, sostegno politico, umanitario ed economico all’Ucraina, ma no alla prosecuzione indefinita della guerra attraverso un continuo invio di armi e no alla corsa al riarmo. Nel Pd convivono sensibilità diverse, come si è visto anche sul Safe, ed è sbagliato attribuire ogni divergenza al Movimento. Una sintesi va trovata prima del voto: difesa del diritto internazionale, soluzione negoziale che garantisca sicurezza e sovranità dell’Ucraina, autonomia strategica europea e vera difesa comune, senza il riarmo indiscriminato dei singoli Stati. Per noi resta irrinunciabile non sottrarre decine di miliardi a sanità, scuola, università, salari e imprese per obiettivi di spesa militare ideologici”.
C’è poi il nodo Matteo Renzi. Un recente sondaggio realizzato per La Notizia suggerisce che la presenza di Italia Viva nella coalizione potrebbe far perdere al centrosinistra più elettori di quanti ne porterebbe. Al di là dei veti personali, per il Movimento esiste una questione di incompatibilità politica con Renzi? Il campo largo può comprenderlo oppure, secondo voi, sarebbe elettoralmente e politicamente controproducente?
“Non ne farei una questione personale con Matteo Renzi. Il punto è capire quale progetto politico vogliamo offrire agli italiani. Con Renzi e Italia Viva esistono differenze profonde, soprattutto su politica estera e riarmo. Non possiamo ignorarle per qualche decimale in più. Una coalizione deve essere credibile, non solo larga. Non possiamo riprodurre ciò che Meloni ha fatto nel centrodestra: nascondere divisioni profonde dietro una facciata di unità, salvo farle emergere nel non dare soluzioni ai problemi del Paese. Noi vogliamo un’alternativa non fondata su un’economia di guerra, ma su un modello sociale e sostenibile che valorizzi lavoro e sanità pubblica, tuteli l’ambiente, riduca le tasse su lavoro e imprese, contrasti disuguaglianze, evasione e corruzione e rimetta al centro la pace, la diplomazia e la sicurezza. Non ci interessa una coalizione larga sulla carta ma incapace di governare il giorno dopo”.
Il Movimento 5 Stelle sta provando a definire una piattaforma economica alternativa tra piano industriale nazionale, sovranità tecnologica e nuova governance europea. In questo schema, quali strumenti concreti considerate indispensabili per aumentare la produttività senza scaricare i costi su salari e diritti?
“L’Italia non recupererà produttività comprimendo salari e diritti. È una ricetta che ha prodotto lavoro povero, precarietà, bassi investimenti e perdita di competitività. Serve un piano industriale nazionale, con regia pubblica sugli investimenti strategici in innovazione, energia, ricerca, formazione e sovranità tecnologica, sostenendo le Pmi che investono in tecnologia e capitale umano. Serve poi mobilitare il grande risparmio italiano verso l’economia reale, anche con una fiscalità di vantaggio e un Fondo Sovrano nazionale, previsto in una proposta di legge già depositata alla Camera e al Senato, a prima firma del Presidente Conte, mia e dei parlamentari M5S. In Europa servono investimenti comuni e una politica industriale capace di competere con Usa e Cina. La produttività deve crescere con tecnologia, competenze e investimenti, non abbassando il costo del lavoro: la competitività del futuro si costruisce aumentando il valore prodotto per lavoratore, non diminuendo il valore del lavoratore.”
Sull’ex Ilva si torna a parlare di una cordata italiana, con il coinvolgimento di Federacciai e operatori nazionali. Ma al di là della nazionalità degli azionisti, il nodo è la tenuta economica e industriale del piano. Alla luce degli investimenti necessari, ritiene davvero sostenibile una soluzione a controllo prevalentemente privato italiano? Oppure senza un intervento strutturale dello Stato sul piano patrimoniale e industriale si rischia solo di rinviare la crisi di qualche anno?
“ll punto non è se la cordata sia italiana o straniera, ma se esista finalmente un vero piano di riconversione economica, sociale e culturale di Taranto. Durante il Governo Meloni sono stati sprecati oltre 4 miliardi, si è insistito sulla privatizzazione, sono falliti i bandi e la crisi ambientale, sanitaria, industriale e occupazionale è ancora tutta lì. È stato persino cancellato il miliardo di euro destinato dal Conte II al progetto per il passaggio ai forni elettrici a idrogeno verde. Meloni, su una delle più gravi crisi industriali e ambientali del Paese, si è tenuta sempre alla larga. Adesso viene a Taranto per i Giochi e ci attendiamo che annunci soluzioni ai problemi ambientali, sanitari e del lavoro. La magistratura ha mostrato la realtà a chi per anni ha provato a nasconderla. E il ricorso in Cassazione del Governo appare più un tentativo di guadagnare tempo che una vera prospettiva industriale. Noi ci siamo opposti alla nuova Aia, abbiamo sostenuto i ricorsi delle associazioni e promosso un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Gli impianti dell’area a caldo vanno fermati: sono a fine vita, con gravi criticità e amianto. Federacciai e quattordici imprese hanno escluso proprio altiforni e acciaierie a colata continua: è la certificazione del fallimento della linea Meloni-Urso. Serve riprendere il percorso avviato con il Conte II: regia pubblica, Accordo di Programma, bonifiche, riconversione e tutela per lavoratori e imprese dell’indotto. Nessuno va lasciato indietro: servono nuovi insediamenti, formazione, ricollocazione, prepensionamenti, incentivi all’esodo e benefici previdenziali per gli esposti all’amianto. Su questi temi è ferma in Senato una nostra proposta a mia firma: il Governo la approvi subito. Quanto alla cordata italiana, è prematuro giudicare: servono dati veri su investimenti, risorse proprie e occupazione”.
I Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026 sono arrivati alla fase conclusiva dopo anni di commissariamenti, revisioni del piano delle opere, aumenti dei costi e slittamenti dei cronoprogrammi. Molti osservatori segnalano il rischio che l’evento si esaurisca nella dimensione sportiva senza una reale strategia di rigenerazione urbana e di sviluppo economico duraturo. Alla luce delle risorse pubbliche impiegate, ritiene che oggi esista un piano credibile per trasformare i Giochi in un’eredità permanente per Taranto, oppure c’è il rischio concreto che, spenti i riflettori, rimangano soprattutto infrastrutture onerose e un’occasione mancata? E con quali indicatori concreti – occupazione, investimenti, turismo, riqualificazione – pensa di misurare quel successo?
“Giochi del Mediterraneo sono una grande opportunità per Taranto e, alla vigilia dell’apertura, non possiamo che augurarci il pieno successo. Ma la vera sfida comincerà quando si spegneranno i riflettori. Questa opportunità nasce con il Governo Conte II e con il “Cantiere Taranto”: oltre 90 milioni per la Città Vecchia, risorse per il Ponte Girevole, oltre 200 milioni per la BRT e 150 milioni per le infrastrutture sportive. Negli anni successivi quella visione si è persa e molte opere sono ancora in corso. Sono rimaste indietro anche infrastrutture decisive: apertura dell’aeroporto di Grottaglie ai voli di linea passeggeri, Bradanico-Salentina, collegamenti autostradali, Taranto-Bari e velocizzazione ferroviaria Taranto-Potenza-Battipaglia. Anche su quest’ultima registriamo, nell’ambito del PNRR, il definanziamento. Il mancato Villaggio Mediterraneo è un’occasione persa. Il Governo Meloni ha avuto oltre quattro anni per decidere e reperire risorse. Alla fine si è scelta una soluzione temporanea: due navi affidate a compagnie straniere, per un’operazione di circa 30 milioni, invece di una struttura permanente riconvertibile in studentato, housing sociale o altri servizi pubblici. Quando si perde tempo, non si può poi invocare la mancanza di tempo come giustificazione. Il successo andrà misurato tra qualche anno: occupazione, investimenti, turismo, riqualificazione e uso degli impianti. I Giochi dovevano essere uno strumento per cambiare Taranto, non soltanto un grande evento sportive”.