Uccidiamo il Coronavirus, ma salviamo lo smart working. Un’esperienza da ripetere anche quando l’epidemia sarà sconfitta

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In trent’anni, non è mai stato applicato nell’Amministrazione pubblica come nelle ultime tre settimane a causa del famigerato Covid-19: stiamo parlando del telelavoro e del “lavoro agile”, sempre declamati, invocati, ma poco frequentati nella burocrazia italiana. Di telelavoro si parla almeno dagli anni Novanta, quando compaiono i primi studi giuridici e i tentativi di disciplinarlo anche con le immancabili “parti sociali”. Ci voleva il Coronavirus per riscoprirlo e superare le istintive diffidenze dei dirigenti pubblici. E nonostante l’esplosione della pandemia, sono stati necessari, nel solo mese di marzo, due direttive del ministro per la Funzione pubblica e il decreto legge del 17 marzo scorso (il cosiddetto Cura Italia) per vedere finalmente riconosciuto il lavoro agile quale “modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”.

Una sorta di obbligo, più che di facoltà del dipendente, motivato, è vero, da ragioni di salute pubblica, ma che lascia ben sperare intorno alla possibilità di vederlo sopravvivere alla morte del virus pandemico che sta sconvolgendo l’Italia e il mondo intero. Un bel passo in avanti rispetto al passato se si pensa che la pur benevola direttiva dell’ex ministro per la Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, prevedeva, nel 2017, che entro tre anni da allora “almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano”, possa “avvalersi delle nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa”. In tre anni, si è passati dall’augurabile 10 per cento al 100 per cento di tutti gli impiegati pubblici, fatte salve le sole “attività indifferibili che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro” (art. 87 del decreto Cura Italia).

Se “sperimentazione” e “progetto” sono sempre state le parole-chiave utilizzate nei documenti governativi, si è ora passati finalmente alla dimensione dell’attualità: dal futuro irraggiungibile al presente tangibile e godibile. Lo stato di grazia durerà “fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica”, secondo quanto prescritto dal decreto legge. E poi? Difficilmente, quando sarà sconfitto il Coronavirus, potrà tornarsi indietro. Il grande balzo in avanti di cui dovremo ringraziare il virus cinese non potrà essere neutralizzato. Ministri e direttori generali non potranno che interrogarsi sulla effettiva necessità che i milioni di dipendenti pubblici affollino le sedi governative e degli enti locali per poter lavorare, si spostino da casa per raggiungere gli uffici, lascino i propri affetti più cari (figli piccoli, genitori anziani, parenti disabili) per poter svolgere in ufficio quanto è possibile fare anche da casa (telelavoro) o anche in altro luogo o in orari diversi rispetto a quelli canonici (lavoro agile); sarà compito dell’alta burocrazia individuare, anche oltre la fine dell’emergenza, quelle attività che dovranno svolgersi necessariamente in presenza fisica rispetto a quelle che svolgibili da remoto.

Si spera che per fare tanto non occorra un altro virus. Perché a beneficiarne saranno le Amministrazioni (che potranno misurare con maggiore obiettività il “prodotto lavorato”), le finanze pubbliche (in ragione della ridotta necessità di adibire spazi pubblici a sedi di uffici) e, soprattutto, gli oltre tre milioni di dipendenti pubblici che, nel volgere di qualche settimana, si saranno già abituati a conciliare i tempi lavoro-vita personale, così abbassando il livello di stress legato non solo al raggiungimento della sede lavorativa ma anche alle relazioni interpersonali in ufficio.
(L’autore è professore ordinario abilitato in Diritto Amministrativo)