Ultimatum per Conte. Basta stare con ArcelorMittal sullo scudo penale. I parlamentari M5S non cedono. L’Esecutivo rischia se pone la fiducia

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“Te lo puoi scordare”, mette in chiaro senza cedimenti Barbara Lezzi (nella foto con il premier). “Ma non capisci la gravità della situazione?”, le ribatte Giuseppe Conte. Un botta e risposta che riassume in senso – e l’epilogo – del faccia a faccia di ieri mattina tra il premier e i parlamentari pugliesi M5S, alla presenza dei ministri Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e Federico D’Incà. Ultimo capitolo di un vero e proprio braccio di ferro, quello sul nodo del ripristino dell’immunità penale per ArcelorMittal, tra il Governo e il suo azionista di maggioranza. E che certifica, semmai ce ne fosse ancora bisogno, le crepe sempre più marcate, aperte in quel rapporto tra il Presidente del Consiglio e il Movimento 5 Stelle che solo qualche settimana fa sembrava granitico.

Insomma, un vero e proprio muro, quello alzato dai parlamentari pugliesi – ma la loro posizione è ampiamente condivisa, sebbene con qualche divisione, nei gruppi di Camera e Senato – che toglie a Conte una freccia dall’arco della trattativa con ArcelorMittal. E non è una freccia qualsiasi: lo scudo penale non è più un’opzione nella faretra del premier. Sebbene il presidente del Consiglio abbia provato a spiegare che lo scudo penale, pur non essendo più il cuore della questione dopo che Mittal ha messo sul tavolo la richiesta di 5mila esuberi tra le condizioni per restare, va ripristinato per togliere agli indiani ogni alibi. Magari con un decreto ad hoc.

Ma se Conte decidesse di sfidarli scoccando comunque quest’ultima freccia, le ripercussioni politiche sarebbero imprevedibili. Se forzasse sulla reintroduzione dello scudo, magari ponendo la fiducia sul provvedimento, come lasciano intendere i parlamentari pugliesi M5S, sulle cui posizioni ormai anche il capo politico del Movimento sembra essersi allineato, il Governo si assumerebbe il rischio di non avere i numeri. E a poco serve, in serata, una nota dello stesso Di Maio, che parla di “unità e compattezza” e di squadra al lavoro “per trovare una soluzione concreta per l’Ilva”. I cocci lasciati sul pavimento al termine dell’incontro ad alta tensione con l’avvocato del popolo nel quale si è arrivati ad evocare persino la crisi sono difficili da ricomporre. E preoccupano pure il Pd.

“Senza una voce unica” si rischia di sbattere, avvertono dal Nazareno. Ma risposte per ora non ce ne sono. Già oggi il premier potrebbe convocare un vertice per provare a rincollare i pezzi della maggioranza giallorossa, prima del Consiglio dei ministri di domani, quando Conte attende le proposte dei ministri per il rilancio di Taranto. L’incontro con Mittal, spiegano da Palazzo Chigi, dovrebbe tenersi in settimana, ma non è stato ancora fissato. Se saltasse la mediazione, al Governo resterebbe solo la via legale. Ma Conte sta studiando ogni possibile alternativa: da nuovi partner industriali (torna il nome di Jindal) a un ingresso di imprese statali come Fincantieri. Insomma, “il tutto per tutto” per evitare la chiusura dell’Ilva. In serata le assemblee M5S al Senato e alla Camera non smuovono la posizione del Movimento. Che anzi, resta compatta.