Un altro che vuole l’austerity. Pure Trump teme l’Europa forte. Washington attacca la Bce che pensa di tagliare i tassi. Così la crescita Usa girerebbe verso il nostro continente

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Meglio tardi che mai, ma perché così tardi, presidente Draghi? La debolezza dell’economia europea è sotto gli occhi di tutti, e l’annuncio di nuovi stimoli monetari prima di far infuriare Trump per le possibili contromisure deve fare imbufalire noi europei, perché proprio queste contromisure non si sono colpevolmente utilizzate. La frenata alla crescita dell’eurozona porta infatti la firma della Banca centrale di Francoforte, che esattamente un anno fa ha iniziato a chiudere i rubinetti del quantitative easing, cioè l’immissione di liquidità monetaria nel sistema finanziario grazie al quale lo spread è sceso su livelli fisiologici e le banche hanno ricominciato a fare credito a famiglie e imprese, dopo il credit crunch ereditato guarda caso dagli Usa.

Certo, la Bce prende decisioni a maggioranza dei suoi consiglieri, dove uno non vale affatto uno, e l’orientamento tedesco conta un po’ di più di quello di Grecia o Italia. Fatto sta che dall’autunno scorso il nostro Paese è tornato a pagare interessi usurai sul debito, mentre Draghi è rimasto sostanzialmente a guardare. Ricordiamoci di tutto questo prima di fare santo il numero uno dell’Eurotower, al quale per altrettanta onestà di analisi va riconosciuto il merito di aver salvato l’euro quando nel 2015 forzò la mano ai soliti tedeschi e copiò la stessa politica monetaria accomodante con cui sette anni prima gli americani si erano salvati dall’Apocalisse finanziaria scatenata dal fallimento della Lehman Brothers. Oggi però lo scenario è diverso.

Il contagio della crisi si è diffuso in tutta Europa, e oggi persino la più ricca Germania deve fare i conti con il calo della produzione industriale, la concorrenza di Paesi con costi ridottissimi, la difficile sostenibilità del welfare e non da ultimo l’incertezza che crea tutto questo, con la fuga di milioni di cittadini-elettori verso i partiti populisti e sovranisti. Un’emorragia che le tradizionali famiglie politiche hanno tamponato alle ultime elezioni europee, ma che in vista dei nuovi assetti comunitari richiede ricette nuove, e una visione meno mercantile e più umanistica delle istituzioni alle quali abbiamo affidato il nostro benessere e non certo la nostra rovina.

LA LETTERA. Su queste corde suonerà la lettera che già oggi il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, invierà a Bruxelles per evitare una strumentale procedura d’infrazione contro l’Italia per eccesso di debito. Vedremo se la Commissione in scadenza – ma probabilmente ancora per parecchi mesi in sella – avrà un atteggiamento costruttivo o ancora una volta punitivo.

SI RIVEDE IL BAZOOKA. Nel frattempo però c’è tutto un continente che brucia, e Draghi alle ultime settimane del suo mandato si è ricordato di mostre il bazooka degli stimoli monetari di cui dispone. In realtà di quest’arma letale parla in ogni incontro mensile con la stampa, ma solo ora qualcuno comincia a credere che ci sia la volontà politica di utilizzarla. Un orientamento emerso il mese scorso quando venne fuori che i presidenti di diverse banche centrali avevano chiesto esplicitamente di riattivare il “quantitative easing”, e la Bce aveva annunciato un nuovo maxi prestito a tutte le banche Ue, programmato per settembre prossimo.

I MERCATI CI CREDONO. Finalmente, dunque, si fa sul serio, e i mercati fiutata l’aria si sono cominciati a portare avanti, facendo scendere lo spread e il concambio dell’euro sul dollaro. Quest’ultimo effetto – naturale nel caso di nuovi tagli al costo del denaro (peraltro i tassi sono già i più bassi di sempre) – fa diventare la moneta americana più pesante, avvantaggiando l’export europeo e per converso svantaggiando l’industria e le esportazioni americane. Di qui la rabbia di Trump, che ieri ha parlato di manovre per svalutare l’euro, pretendendo di darci ordini più perentori di quelli che riesce a dare alla sua stessa Federal Reserve, cioè la banca centrale americana che da tempo spinge per alzare i tassi Usa.

Per finanziare il benessere che c’è oggi negli States, prima Obama e adesso Trump hanno preteso tassi microscopici, rischiando di creare una immensa bolla monetaria che però non è esplosa in quanto è arrivato qualcuno a comprarsi una bella fetta di quel debito. A fare il miracolo è stata la Cina, che oggi è il primo detentore estero dei buoni del Tesoro americano, e che proprio la Casa Bianca sta bombardando con le politiche dei dazi commerciali. Per ora Pechino si difende ribattendo colpo su colpo, senza creare nuove turbolenze che potrebbero costare care proprio mentre il Pil tende a stabilizzarsi su livelli decisamente più bassi di appena qualche anno fa.

IL RUOLO DI SALVINI. Una situazione ideale per la strategia di Trump, che deve arrivare alle prossime elezioni presidenziali con l’economia in crescita, anche per effetto dello shock fiscale che ha riattivato le imprese e portato il Paese nell’attuale condizione di piena occupazione fisiologica. Unico rischio all’orizzonte è che l’Europa non decida di riprendersi un po’ di quello che è suo, cominciando a fare gli interessi che stavolta sono gli stessi di quell’asse franco-tedesco da molti anni “nemico” dell’Italia. Non per generosità, bensì per bisogno, l’Europa tutta deve rosicchiare una parte di quella crescita che è andata negli Stati Uniti. Un pericolo che l’amministrazione Trump vuole sventare mettendo Roma contro Parigi e Berlino, magari utilizzando la sponda di Salvini, appena andato a mettersi a disposizione a Washington. Una guerra, dunque, che tocca alle due grandi capitali europee decidere se combattere o meno, concedendo all’Italia la flessibilità sul deficit necessaria a riprenderci oppure continuando a imporci le solite folli politiche di austerità sui conti pubblici, con l’effetto di farci diventare gli appestati d’Europa, fin quando a contagiarsi non saranno presto o tardi anche la Merkel e Macron.