Un referendum sacrosanto che (forse) non si può fare

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di Vittorio Pezzuto

Estromessi dal Palazzo, i Radicali riprendono a battere la strada referendaria che porta alle riforme. Uno dei sei quesiti che hanno depositato in Cassazione riguarda il meccanismo di attribuzione dei fondi dell’8 per mille alla Chiesa cattolica. Iniziativa lodevole, visto che la casta religiosa ci costa forse più di quella politica: oltre 4 miliardi di euro l’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli Enti locali (gettito dall’8 per mille, stipendi dei 22mila insegnanti di religione, convenzioni locali su scuola e sanità, finanziamento dei grandi eventi a carattere religioso), mancato gettito fiscale per l’Imu, esenzioni da Irap e Ires, elusione legalizzata a favore delle aziende del turismo cattolico che gestiscono il flusso dei pellegrini. Come potete vedere nella tabella a fianco, la legge che si vorrebbe modificare assicura ogni anno alla Cei una cifra quasi pari a quella fissata nella Convenzione finanziaria, uno dei quattro allegati al Trattato che insieme al Concordato costituiva i Patti Lateranensi del 1929: Pio XI decise infatti di comporre definitivamente l’annosa Questione romana per un miliardo in consolidato e 750 milioni di lire in contanti (al cambio attuale, un miliardo e 400 milioni di euro).
Quello attuale è un fiume di denaro alimentato soprattutto dal terzo comma dell’articolo 47 della Legge n. 222 del 20 maggio 1985: «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Un meccanismo perverso, studiato all’epoca da un consulente del Governo Craxi di nome Giulio Tremonti. Il 60 per cento dei contribuenti italiani lascia infatti in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei riesce ad accaparrarsi quasi il 90 per cento del totale: circa 540 milioni di euro. Lo strumento referendario è però praticabile? La giurisprudenza della Consulta è di segno opposto e ancora il 28 aprile 2010 il viceministro dell’Economia Vegas spiegava alla Commissione Bilancio della Camera che la norma non può essere modificata nemmeno per via parlamentare poiché deriva da un trattato internazionale già ratificato: il nuovo Concordato del 1984. L’iniziativa radicale rischia quindi di spiaggiare anzitempo nei cassetti della Consulta. Non lo pensa il segretario Mario Staderini: «Questa obiezione si rifà a una sentenza della Consulta del 1978 che estende a dismisura il concetto stesso di trattato internazionale. La norma che vogliamo modificare non è peraltro una norma di esecuzione in senso stretto. E pensiamo che dopo tanti anni sia giunto il momento di osare un mutamento della giurisprudenza della Consulta».