Una ritorsione per i bombardamenti di Erdogan. La Turchia è una polveriera e gli ultimi a pagare sono 97 pacifisti uccisi da due kamikaze al corteo

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Una rappresaglia per i bombardamenti turchi contro i jihadisti o, più probabilmente, contro le basi dei guerriglieri curdi del Pkk. I due kamikaze che hanno insanguinato ieri la manifestazione pacifista ad Ankara sembrano portare chiaramente in questa direzione. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha parlato di un attentato contro la democrazia e l’unità nazionale. A terra sono rimasti 97 morti. Giovani e attivisti che stavano partecipando a un corteo quando è scoppiato l’inferno. Difficile anche fare la conta delle vittime degli ordigni fatti esplodere in mezzo alla gente. Il Governo ha parlato di 86 morti e 186 feriti, ma il bilancio sarebbe molto più grave, e c’è chi sostiene che i feriti siano 400. La tensione è altissima. Un clima di terrore riesploso dopo la decisione turca di bombardare le milizie islamiche. Mossa che ha avuto l’effetto collaterale di interrompere la lunga tregua con i separatisti curdi del Pkk. La risposta è stata l’ondata di violenza cresciuta di pari passo con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre. Erdogan vuole ritentare la scalata alla maggioranza assoluta che gli serve per cambiare come pare a lui la costituzione. Disegno che all’ultimo giro non gli era riuscito. A mettergli i bastoni tra le ruote era stato il successo inatteso dei curdi moderati dell’Hdp, gli stessi che ieri sono stati più colpiti dalle bombe esplose nel corteo pacifista.

 

 

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