Veti e ripicche all’Antimafia. E le cosche spadroneggiano

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di Filippo Conti

La politica non ci fa una bella figura. Nei giorni in cui le cronache giornalistiche raccontano del dramma della terra dei fuochi in Campania (ovvero dello smaltimento clandestino di rifiuti tossici ad opera della camorra nei comuni tra Napoli e Caserta) e dello scioglimento per ‘ndrangheta del comune di Sedriano, nell’hinterland milanese (la prima volta in Lombardia), il Parlamento non riesce a eleggere il presidente della Commissione Antimafia. La questione va avanti da circa un mese, ma l’impasse rimane. Ora, forse, verrà sciolta grazie alla spaccatura dentro Scelta civica, che non potrà più sostenere con forza la candidatura di Lorenzo Dellai, su cui avrebbero potuto convergere voti anche di altri partiti. L’ex presidente della provincia di Trento finora è stato vittima del fuoco amico del collega di partito Andrea Vecchio, imprenditore catanese che – erigendosi a professionista dell’antimafia di sciasciana memoria – ha reclamato la carica «perché io ho i titoli: vivo da anni sotto scorta e hanno bruciato più di cento mezzi della mia impresa edile». E poi «Dellai di mafia non sa niente, l’ha vista solo in televisione».

Una spaccatura che ha ottenuto un solo risultato: togliere di mezzo l’ipotesi di un candidato montiano, apparso a un certo punto il compromesso ideale davanti al muro contro muro tra Pd e Pdl. Ora a contendersi la carica restano i due principali partiti. Ma anche qui le liti e i veti incrociati mantengono il groviglio ancora inestricato. Il candidato forte è Rosy Bindi, il nome messo in campo da Guglielmo Epifani. I democrat, infatti, rivendicano con forza quella poltrona come riequilibrio per il fatto di non avere il Viminale, la Difesa e nemmeno la Giustizia. L’ex ministro della Sanità, però, non ha soltanto il problema del Pdl («Non la voteremo mai» fanno sapere i senatori di centrodestra): anche i renziani, che in Commissione possono vantare almeno 3 membri, hanno lasciato trasparire la loro contrarietà. Ai loro occhi la Bindi è infatti la sintesi perfetta della vecchia politica da rottamare. Se poi ci mettiamo che Rosy non ha mancato un’occasione per scagliarsi contro il sindaco di Firenze, è presto detto il motivo per cui gli amici del sindaco preferirebbero un pidiellino alla deputata toscana. La scelta potrebbe cadere allora su Rosaria Scopelliti, la figlia del giudice ucciso dalla ‘ndrangheta, eletta in Calabria nelle liste del Pdl. Molto vicina ad Alfano, si è fatta notare in questi mesi per serietà e preparazione. Mentre Donato Bruno è dato più vicino a Raffaele Fitto. In prima battuta, però, i renziani sono pronti a convergere su Pina Picierno, di area dem, vicina a Dario Franceschini e quindi renziana per proprietà transitiva.

Insomma, sul vertice della Commissione Antimafia si stanno intrecciando appetiti personali e guerre interne ai partiti. Ieri sera i democrat si sono riuniti e hanno confermato l’appoggio alla Bindi. Ma oggi al momento del voto può accadere di tutto. E decisivi rischiano di essere i grillini. Tra i 20 parlamentari di Pd e Sel e i 14 di Lega e Pdl, ci sono anche 8 esponenti dei 5 Stelle. «Noi voteremo i nostri candidati, che sono Fabiana Dadone e Francesco Molinari. Di sicuro non voteremo la Bindi, che di antimafia non sa nulla. Se poi qualcuno ci propone una persona esperta di quei temi, come la Scopelliti, se ne può parlare» spiega il deputato pentastellato Andrea Cecconi. Insomma, con qualche franco tiratore nel Pd, la Bindi rischia di essere impallinata. E di fare la stessa fine di Daniela Santanché alla vicepresidenza della Camera. Sembrano invece usciti di scena Claudio Fazzone, pidiellino laziale che tempo addietro si oppose allo scioglimento per mafia del comune di Fondi, e l’ex magistrato Stefano Dambruoso. Infine, circolano anche voci su pressioni esterne esercitate da associazioni e magistratura. «Sono completamente destituite di ogni fondamento le notizie, pubblicate in questi giorni su diversi organi di stampa, circa il sostegno di Libera e di don Luigi Ciotti a eventuali candidature alla presidenza della Commissione parlamentare antimafia» puntualizza, per l’appunto, un comunicato dell’associazione di don Luigi Ciotti. No, in questa vicenda la politica una bella figura non la sta facendo.