Veto di Conte su Renzi e Calenda. L’Ulivo di Letta si è già seccato. Il segretario Pd esulta per il successo delle Comunali. Ma se imbarca Azione e Iv addio intesa con il M5S

ENRICO LETTA
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Una vittoria alle elezioni e tanti interrogativi per il futuro. Perché, appena riposto lo spumante per la festa, occorre prendere atto che non c’è spazio per “la grande alleanza democratica”, come il neo sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha definito il progetto di Enrico Letta, peraltro citando l’infelice esperienza della Gad di prodiana memoria, antenata dall’Unione. Al di là dei ricorsi storici, Letta, ancora gongolante per il risultato alle Amministrative e per il ritorno alla Camera nelle vesti di deputato, deve già fare i conti con uno scenario da rompicapo.

Fosse per il segretario del Partito democratico, i giochi sarebbero facili: mettere tutti insieme, dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Azione di Carlo Calenda più Italia viva di Matteo Renzi, che peraltro in Sicilia è corteggiata dal centrodestra di Gianfranco Miccichè. “Siamo per le sfide impossibili”, ha scandito il segretario, sostenendo di voler emulare “Tom Cruise in Mission impossible”. Per riuscirci, tuttavia, bisognerebbe essere un Tom Cruise all’ennesima potenza.

STRADA SBARRATA. Il progetto, infatti, trova la strada sbarrata su tutti i fronti: “I cittadini vogliono che ci sia un campo di forze largo, ma che sia pragmatico”, ha affermato Calenda. Secondo il leader di Azione “il Movimento 5 Stelle è scomparso” e quindi ha tracciato un parallelo con Lega e Fratelli d’Italia: “I 5 Stelle, esattamente come i sovranisti Meloni e Salvini, sono inaffidabili nella gestione di governo”. Parole che confermano l’indisponibilità a un’alleanza. E, su questo punto, Giuseppe Conte concorda paradossalmente con Calenda: nel Movimento nessuno vuol sentir parlare di una coalizione con i liberali alla Calenda o alla Renzi.

Si va avanti su progetti comuni, insieme al Pd, evitando di imbarcare chiunque. Conte ha piantato alcuni precisi paletti, confermando che a Roma e Torino il Movimento sarà all’opposizione delle amministrazioni di centrosinistra. Nulla di scandaloso, visto che sia Gualtieri che Lorusso hanno ribadito l’intenzione di tenerlo fuori dalla giunta. E d’altra parte il ragionamento, negli ambienti pentastellati, è logico: non si può contraddire quanto fatto finora. Sarebbe irrispettoso verso gli attivisti che si sono spesi in campagna elettorale.

Evidentemente, però, tutto questo non preclude un cammino comune sul piano nazionale, a patto di tenere a distanza di sicurezza i centristi alla Renzi o alla Calenda. Con un ulteriore punto fermo: il M5S non vuole trasformarsi in uno dei tanti ramoscelli sull’Ulivo lettiano. Insomma, sì all’alleanza ma un perentorio “no” alla fagocitazione. Perché Conte vuole preservare l’identità e rafforzare l’autonomia del Movimento. Non ha alcuna intenzione di farlo sparire nel Partito democratico.

FILM GIÀ VISTO. Perciò Letta si trova a un bivio a urne chiuse e successo acquisito. Dopo aver appurato l’impossibilità della tentazione ulivista, deve decidere se continuare il percorso con i Cinque Stelle, dando impulso al progetto avviato nel 2019. O, in alternativa, deve buttarsi di nuovo tra le braccia di chi, sempre nel 2019, ha dato vita a due scissioni. Calenda, che aveva da poco fatto il pieno di voti alle Europee sfruttando proprio il simbolo del Pd, e Renzi, dopo che si era assicurato la prosecuzione della legislatura. Con la garanzia di avere ancora un seggio per sé, ma soprattutto per i suoi fedelissimi. Per Letta un rebus sempre più complicato dopo l’esito delle Comunali. Una perfetta vittoria di Pirro.

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