Tentare di “internazionalizzare il conflitto israelo-palestinese” attraverso la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia è, nel comunicato diffuso mercoledì dal Dipartimento di Stato americano, una delle colpe per cui Washington estende le sanzioni che negano i visti ai funzionari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e dell’Autorità nazionale palestinese in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il presidente Mahmoud Abbas, 90 anni, resta fuori da New York per il secondo anno. Quali corti, lo dicono gli atti. Il 31 maggio 2024 lo Stato di Palestina ha chiesto di intervenire nella causa per genocidio che il Sudafrica ha portato all’Aia contro Israele, ed è sul territorio palestinese che la Corte penale internazionale ha fondato la giurisdizione con cui, il 21 novembre 2024, ha emesso il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu, accusato di crimini contro l’umanità e dell’uso della fame come metodo di combattimento. Netanyahu salirà sul podio di quella stessa Assemblea la settimana prossima, come ha annunciato il suo ufficio il 14 settembre, mentre il ministro della Difesa Israel Katz mercoledì rivendicava il 70 per cento di Gaza già svuotato e un esercito in attesa della direttiva per attuare “il piano di migrazione”.
A Tunisi Wael Naouar, coordinatore della Global Sumud Flotilla, in sciopero della fame dal 16 agosto, ha perso 21 chili: lo ha riferito a Business News Bassem Trifi, presidente della Lega tunisina per i diritti umani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) ha promesso mercoledì alla Camera che l’Alleanza globale per la soluzione a due Stati avrà proprio in quell’Assemblea un «seguito diretto». Fra le colpe palestinesi però il comunicato di Washington elenca anche la ricerca del “riconoscimento unilaterale” dello Stato.