Voti comprati dal clan per l’esponente della Lega. A Roma 4 indagati dall’Antimafia per le preferenze di Tripodi nel 2016

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“Ti sei fatto la croce…te lo giuro, te devo sevizià, te devo fa rimpiangere il giorno che sei nato”. Queste sarebbero solo alcune delle minacce ricevute da un giovane di Latina nel 2016, vittima di estorsioni per un debito di droga e costretto alla fine dagli spacciatori trasformatisi in aguzzini anche a votare per l’allora candidato a sindaco del capoluogo pontino e attuale capogruppo in Regione Lazio della Lega, Angelo Tripodi (nella foto). L’Antimafia di Roma sta seguendo da tempo la pista degli affari fatti dal clan di origine nomade Di Silvio con la politica.

E, dopo aver aperto una specifica inchiesta sui voti che la malavita averebbe comprato o estorto per quello che è ora un esponente del partito di Matteo Salvini, ha ora inviato quattro avvisi di garanzia. I pm antimafia Barbara Zuin e Luigia Spinelli hanno indagato Angelo Morelli, detto Calo, esponente dell’omonima famiglia di origine nomade, Ismail El Ghayesh, l’imprenditore Roberto Bergamo, e Antonio Fusco, detto Marcello, tutti di Latina.

IL CASO. I primi tre per la compravendita o le estorsioni sui voti e l’ultimo per una soffiata al clan Di Silvio. Quattro anni fa Tripodi, dopo una carriera politica tutta a destra, dal Movimento sociale italiano ad An, dal Pdl, che lo ha portato a collaborare al Senato anche con Maurizio Gasparri, a Forza Nuova, si era candidato a sindaco alla guida di una coalizione formata da La Destra, Forza Nuova e tre liste civiche. Un’impresa benedetta dallo stesso Francesco Storace. Avventura conclusasi con scarsi risultati per Tripodi, che nel 2018 è riuscito però a farsi eleggere in consiglio regionale con la Lega e a diventare capogruppo del partito di Salvini. Tornando però al 2016, mentre indagavano sugli affari del clan Di Silvio, ritenuto dalla Dda di Roma un’associazione per delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti si sono trovati di fronte anche agli affari fatti dal gruppo criminale durante le campagne elettorali. E sono spuntate fuori le accuse sui voti comprati per Tripodi, già imputato in un processo per bancarotta.

VERSO IL GIUDIZIO. Aperta un’inchiesta separata sulla vicenda, alla luce delle testimonianze raccolte, delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, delle perquisizioni e degli altri riscontri fatti dalla Mobile, i pm Zuin e Spinelli ritengono che a ingaggiare il clan per acquistare voti sia stato l’imprenditore Bergamo, a capo di una delle civiche che sostenevano Tripodi, denominata Latina Olim Palus. Più nello specifico, per gli inquirenti Bergamo e Morelli avrebbero promesso 30 euro per ogni voto, mentre El Ghayesh avrebbe costretto un giovane a votare per il candidato sindaco Tripodi e ad esprimere la preferenza per Bergamo, accompagnandolo al seggio e facendosi poi dare prova che aveva rispettato gli ordini.

“Non c’entro nulla con questa vicenda”, ha sostenuto Tripodi dal momento in cui sono emerse le prime indiscrezioni sulle indagini. Quando poi a dicembre, alla luce di quanto confermato dai pentiti, il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra ha dichiarato di voler compiere una missione a Latina e di voler procedere con delle audizioni, il capogruppo leghista ha ribadito: “Male non fare paura non avere”. Partiti i quattro avvisi di garanzia, per gli indagati si profila ora una richiesta di rinvio a giudizio.

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