Con la cultura non si mangia. Soprattutto i precari del settore. Ricerca shock su 1.500 addetti ai Beni culturali. La metà non arriva a 8 euro l’ora. Orrico (M5S): “Inaccettabile sfruttamento del lavoro”

di Carmine Gazzanni
Cronaca

“Sconcerto, vergogna e rabbia”. Poche parole – ma dal sapore eloquente – per descrivere i risultati di una ricerca che tratteggiano un quadro chiaroscurale nel mondo della cultura: una marea di lavoratori nel settore dei Beni culturali guadagna meno di 8 euro all’ora. Esattamente la soglia su cui il Movimento cinque stelle e il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, stanno lavorando per il salario minimo (che, forse, vedrà la luce nella prossima legge di bilancio). Questo è uno dei dati che emerge dal sondaggio condotto dall’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”.

In totale sono stati intervistati oltre 1.500 addetti ai lavori, da Nord a Sud. E, come detto, il primo dato che emerge è che oltre la metà non raggiunge gli 8 euro all’ora. Badate che si tratta molto spesso di lavoratori specializzati: “tre quarti di coloro che hanno risposto al nostro questionario – spiega l’associazione – hanno una laurea magistrale o un titolo superiore”. Non solo: l’11,5% dichiara di guadagnare meno di 4 euro l’ora, una cifra che parla da sola. La metà della soglia minima. Tanto per dire.

L’associazione – che illustrerà i dati definitivi in una conferenza stampa che si terrà il 30 ottobre alla Camera dei Deputati – è andata anche oltre. E, unendo i vari dati raccolti, è arrivata a una percentuale a dir poco inquietante: il 63% dei lavoratori dichiarano di guadagnare meno di 10mila euro l’anno. Ovvero, per molte aree d’Italia, un reddito che si colloca sotto la soglia di povertà assoluta. E non va meglio agli altri. Tra chi ha risposto al questionario, meno del 20% guadagna più di 15mila euro l’anno (e si badi che il grosso degli intervistati sono adulti over 30), mentre il 38% guadagna addirittura meno di 5mila euro annui.

“Il quadro che emerge è chiaro – spiega Leonardo Bison, uno dei portavoci dell’associazione – trent’anni di tagli ai diritti dei lavoratori, mancati investimenti, esternalizzazioni e provatizzazioni a tutti i costi, hanno dato i loro frutti. Il settore culturale è tenuto in piedi da un esercito di precari con salari da fame e nessun diritto. Ci auguriamo che il ministero e la politica si decidano a prenderne atto e ad agire di conseguenza: bastano poche leggi per sovvertire questa situazione”.

Ma non è finita qui. Di quali tipologie di contratto parliamo? Secondo i dati del sondaggio, sui 1546 intervistati, solo il 53% è impiegato con un contratto collettivo nazionale. Il resto sono precari, volontari del Servizio Civile, tirocinanti, o volontari tout-court: il 25% del totale dichiara in effetti di non avere alcun contratto. E ancora: tra i contratti nazionali, qual è il più applicato? Dovrebbe essere quello siglato da Federculture nel 1999, che riguarda tutti “i dipendenti delle imprese dei servizi pubblici per la cultura, il turismo, lo sport e il tempo libero”. Parliamo, dunque, dovrebbe essere il contratto applicato a tutti i dipendenti di cooperative, partecipate, fondazioni e in generale qualsiasi soggetto esterno alla pubblica amministrazione che fornisce servizi culturali.

Ma non è così: secondo i risultati dell’inchiesta solo il 16,6% degli intervistati (sempre tra coloro che hanno un contratto…) lavora per la Pubblica Amministrazione, con il contratto di categoria. Gli altri no. Ma tra questi, il contratto di Federculture si piazza al terzo posto: solo il 7% dei lavoratori ne beneficia. Il contratto più applicato in assoluto è il Multiservizi (23%), che, denuncia l’associazione, “non dovrebbe mai essere applicato a chi si occupa di servizi culturali, dato che è pensato per situazioni quali mense scolastiche e pulizie”. Ma tant’è. La Cultura, specie quando si parla di lavoro, non va di moda.

Il sottosegretario al Mibact Orrico (M5S): “Inaccettabile sfruttamento del lavoro”

“In questo Paese dobbiamo impegnarci seriamente per restituire dignità al lavoro. Così, invece, si sfrutta la manodopera: è inaccettabile”. Con queste parole il sottosegretario ai Beni culturali, Anna Laura Orrico (M5S, nella foto) commenta i dati emersi dall’inchiesta dell’associazione Mi riconosci?. “Il volontariato – continua la pentastellata – dovrebbe servire ad accrescere la partecipazione collettiva, la cittadinanza e lo spirito di comunità. Non può essere un modo per abbattere i costi o erogare servizi essenziali che lo Stato deve garantire in modo professionale”.

Anche Bonisoli aveva parlato dell’esigenza di intervenire sui “precari culturali”. Cosa crede sia stato realmente fatto di buono in questa legislatura?
Nessun altro Governo recente ha messo al centro dell’agenda politica il tema della dignità del lavoro, come il governo Conte: penso al salario minimo, che vogliamo introdurre nella legge di bilancio, e poi al reddito di cittadinanza, al decreto Dignità, alla stabilizzazione dei precari. Bisogna continuare in questa direzione.

Cosa crede si debba ancora fare ora?
La priorità, al Mibact, è assumere. Abbiamo gravi carenze di personale, dobbiamo assolutamente intervenire. Il Ministro Bonisoli aveva avviato un grande piano assunzionale, il Ministro Franceschini ha ribadito questa linea. Poi bisogna intervenire sulla formazione: digitalizzare il mondo della cultura e valorizzare i lavoratori. Dobbiamo governare la rivoluzione digitale in modo che sia equa, non solo efficiente. L’innovazione crea nuovi posti di lavoro e ne distrugge altri, quelli obsoleti. L’obiettivo è assicurare una maggiore tutela dei beni culturali e forme innovative e ampie di fruizione. Serve un approccio che sappia coniugare sostenibilità e imprenditorialità, finalizzato alla creazione di utile sociale e non solo di profitto.

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