Doveva essere in galera. Il killer di Leo libero per errore. L’assassino aveva già una condanna. Il ministro Bonafede invia gli ispettori

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Sarebbe stato più facile da digerire se l’omicida di Stefano Leo fosse stato un incensurato. Insomma se si fosse trattato del classico gesto folle e imprevedibile di chi non ha mai oltrepassato la soglia della legalità, almeno per quel che concerne reati pesanti. Ma non è questo il caso perché Said Mechaquat quel 23 febbraio doveva trovarsi in carcere e invece era libero di scorazzare a Torino per le mancanze del sistema giudiziario del Paese. No, non si tratta di una banale scusa anzi a dichiararlo è stato proprio il presidente della Corte d’appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, durante una conferenza stampa per commentare le notizie di stampa in merito alla mancata carcerazione di Mechaquat.

“Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo” ma non “consento di dire che la Corte d’appello sia corresponsabile dell’omicidio perché qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare” ha tagliato corto il magistrato prima di ripercorrere le tappe della vicenda. “La sentenza è divenuta irrevocabile l’8 maggio e se fossimo nel migliore dei mondi possibili, il 9 maggio il cancelliere avrebbe trasmesso immediatamente il verdetto alla Procura. Ma se negli uffici c’è carenza di personale e non è solo colpa nostra” ha riassunto il presidente Barelli Innocenti.

Ecco dunque il problema, in realtà ben noto, ossia quello delle piante organiche degli uffici giudiziari che sono ormai ridotte ai minimi termini dai pensionamenti senza le necessarie sostituzioni. Qualcosa a lungo ignorata dai precedenti Governi e a cui l’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ieri ha inviato gli ispettori a Torino per individuare cosa non ha funzionato, intende dare una risposta assumendo nuovo personale. Anche perché il rischio è che lo sfortunato caso di Leo, vittima prima che di un killer delle stesse inefficienze italiane, potrebbe non restare un caso isolato.

Il grande ammalato italiano, ossia il comparto della Giustizia, vede nelle Corti d’appello un vero e proprio tallone d’Achille. Qui, infatti, i dipendenti sono ben al di sotto delle necessità e così i vari tribunali hanno cercato di ovviare al problema della sproporzione tra risorse disponibili e numeri di procedimenti da trattare. Così come se ci si trovasse in un pronto soccorso dove i medici di turno decidono la priorità dei casi su cui intervenire in base alla loro gravità, anche le cancellerie sono costrette a fare una scrematura.

E questa viene fatta seguendo le indicazioni di legge, come spiegato dal presidente Barelli Innocenti: “facendo eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l’affidamento in prova”. Proprio per questo sistema Mechaouat, il 27enne reo confesso dell’omicidio ai Murazzi a Torino, era riuscito a svicolare il carcere avendo alle sue spalle una condanna a un anno e sei mesi per maltrattamenti all’ex compagna. E non si può di certo dormire sonni tranquilli pensando che solo a Torino i fascicoli già sentenziati e non ancora esguiti, dal 2016 in poi, sono oltre 10mila.

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