L’ex capo della comunicazione di Mps si suicidò o fu ucciso? “Le Iene” tornano sul caso David Rossi con uno speciale e nuove rivelazioni

di Fabrizio Colarieti
Cronaca

David Rossi si suicidò o fu ucciso? Per la famiglia dell’ex capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi – che il 6 marzo 2013, nel pieno della bufera finanziaria che stava travolgendo i vertici dell’istituto senese, fu trovato morto sotto la finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sede storica della banca a Siena – “fu malmenato e poi gettato dalla finestra simulando un suicidio”. Un giallo su cui, giovedì 21 marzo, alle 21 su Italia Uno, tornerà a concentrarsi Le Iene con uno speciale firmato da Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Al centro dell’inchiesta televisiva, già oggetto di diverse puntate del popolare programma di Mediaset, torneranno, nuove rivelazioni e soprattutto, le lacune investigative che secondo gli stessi familiari non avrebbero consentito di chiarire cosa accadde a Rossi.

Lungo l’elenco dei pezzi mancanti. Ad esempio, non furono acquisite dagli inquirenti tutte le immagini registrate dalle telecamere presenti lungo il perimetro della sede centrale del Monte dei Paschi. Il corpo di Rossi, ma anche i vestiti che indossava, non furono sottoposti ad accurate analisi. Non furono acquisiti i tabulati di cella, cioè quanti e quali cellulari erano attivi nella zona al momento del fatto, né quelli attivi all’interno della sede di Mps negli stessi momenti. Nessuno ha tentato di dare un nome all’uomo che alle 20:11 entrò nel vicolo dove si trovava Rossi, ancora agonizzante (lo documenta un video) e se ne andò senza avvisare i soccorsi, allertati solo 40 minuti dopo e quando ormai non c’era più nulla da fare.

Né la Procura di Siena, sostiene ancora la famiglia, ha mai indagato sul possibile inquinamento delle prove riguardante lo spostamento di alcuni oggetti all’interno della stanza di Rossi, prima dell’arrivo della polizia scientifica. Altri dubbi riguardano il mancato esame istologico delle diverse ferite presenti sul corpo dell’ex capo della comunicazione, incompatibili con l’ipotesi del suicidio secondo i consulenti della famiglia, e la distruzione di alcuni fazzoletti sporchi di sangue trovati in un cestino dell’ufficio e mai analizzati.

L’inchiesta de Le Iene è partita dopo la seconda archiviazione dell’indagine giudiziaria, avvenuta il 4 luglio 2017, con la conclusione che si trattò di un suicidio, anche di fronte ai tanti punti ancora oggi oscuri e alla strana sensazione dei familiari di David Rossi che non tutte le iniziative investigative possibili fossero state adottate. Nella vicenda è entrato, grazie a Le Iene, anche un gigolò, intervistato da Monteleone e poi individuato dalla Procura di Genova (che oggi indaga sul caso Rossi), che secondo indiscrezioni avrebbe confermato, anche ai magistrati, il suo coinvolgimento in alcuni festini a cui avrebbero partecipato soggetti molto in vista a Siena.

“Stiamo predisponendo – spiega a La Notizia l’avvocato della famiglia Rossi, Carmelo Miceli – una richiesta di riapertura delle indagini. Di certo si può dire che c’è una prima indagine, che è stata fatta a dir poco male, nella quale e a causa della quale sono state compromesse una serie di prove. E una seconda, che si è conclusa con un’archiviazione, incentrata su una richiesta pedissequamente fondata su una superperizia, che riguarda, ad esempio, la natura delle lesioni e la velocità di caduta del corpo, a mio avviso lacunosa e che merita di essere rivista. Ci sono alcune anomalie, oggetti che mancano e poi ricompaiono, personaggi che entrano ed escono dalla scena. Sono certo – conclude il legale – che alcune cose si possono ancora fare. Non credo alla versione del suicidio. Chiediamo semplicemente che il procuratore Vitello possa fare quello che ha detto alla moglie di Rossi, cioè garantire, ove ci fossero errori o aspetti da approfondire, la riapertura dell’inchiesta”.