Lucia Annunziata, lo stile funeral della Zarina Rai

di Monica Setta

Se c’è una cosa che la fa davvero imbestialire è l’essere fuori dai riflettori o dai giochi di potere, più o meno subliminali, dove lei ambisce soavemente ad essere sempre se stessa cioè protagonista assoluta. E non è questione di insicurezza o di fragilità femminile: Lucia Annunziata è perfettamente consapevole del suo talento, solo che detesta essere periferica, residuale. Come tutte le donne del Sud che non hanno grandi blasoni alle spalle, la giornalista, nata a Sarno l’8 agosto 1950, ė fiera quando può esercitare non solo il suo potere, ma soprattutto quel prestigio che viene attribuito ai giornalisti di serie A. Non “medium” fra la notizia e il mondo, bensì essi stessi “titoli” di apertura o “strilli” in prima pagina.
A dispetto del suo volto slavato privo perfino di un velo di rossetto e dello stile “funeral”- quel total Black ostentato con orgoglio ingiustificato nei vestiti e nelle scarpe tristemente rasoterra, la Annunziata è donna dal potenziale seduttivo infinito, dalla bellezza sopita e stordita così da rendersi inoffensiva in un mondo dove l’intellighenzia di sinistra sdogana solo il cervello, non i corpi delle donne.
Lei negherà fino allo stremo, ma quanto le facevano piacere quei pezzi di colore che corredavano le tappe della sua luminosa carriera: il “primo giorno” di scuola da direttore del Tg3 (1996-1998) con tanto di descrizione della festa in famiglia, a Napoli oppure l’esordio alla presidenza della Rai il 13 marzo 2003 (seconda donna dopo Letizia Moratti ) con le valanghe di biglietti ed sms di politici, imprenditori, manager che le facevano i complimenti spingendosi, a volte, fino a farle pervenire graziosi bouquet floreali. Essere al centro dell’attenzione per l’attuale direttore di Huffington Post significa svolgere non soltanto il suo ruolo di cronista, andando liberamente avanti e indietro dalle segrete stanze del potere, ma anche quello di consigliere dei potenti stessi così cercando di incidere, oltre il grassetto dei catenacci degli articoli, pure una piccola parte della storia. È per questo motivo che Lucia offre il meglio di sé nel contraddittorio con l’intervistato, dove ci sia aperto conflitto o dove il malcapitato, per suo destino inferiore o attaccabile, si presta bellamente alla pubblica “ lapidazione”.
In fondo, la Annunziata che domenica 17 ha dato dell’impresentabile al Pdl del mite e ragionevole Angelino Alfano non è di molto dissimile dalla giornalista (sempre lei ) che il 13 marzo 2006 nella solita trasmissione In mezz’ora rispose stizzita a Silvio Berlusconi spingendolo, de facto, ad abbandonare gli studi pronunciando la famosa frase “E poi dicono che la Rai è mia!”. Lucia cerca la ribalta in modo fisiologico eppure voluttuoso come una bella donna ricerca il consenso o la lusinga. La verita è che l’ex ragazza di Sarno dalle forme abbondanti e dallo sguardo diagonale sul mondo, sembra avere un vitale bisogno di essere “nominata” per dire a se stessa che ancora esiste, malgrado il flop di Monti o i risultati non brillantissimi della sua ultima prima serata su Rai3. Gli anni che passano, le carriere (delle altre) che galoppano, la figlia ormai grande, i cani, i ricordi, la nostalgia. Credo che tutto questo agitarsi sia inutile, superfluo, ridondante. Le basterebbe così poco per continuare a coltivare il suo mito, abbassare i toni, convincere con la forza e la serenitá delle idee. A volte è meglio tacere, ma questo Lucia non può concederselo. È troppo femminile e lei si veste e pensa da uomo.

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