Mafia Capitale, Roma gestita come una caciotta da spartire. La Procura chiede 515 anni per 46 imputati. Per 19 c’è anche il 416 bis

dalla Redazione
Cronaca

Sono ben 515 gli anni di carcere complessivi che sono stati chiesti per i 46 imputati del maxi processo per Mafia Capitale. Le attenuanti generiche sono state chieste solamente per Luca Odevaine, che ha collaborato con la magistratura. “Per tutti gli altri non sussistono per la spregiudicatezza criminale dimostrata”, ha detto il pm Luca Tescaroli. Per gli altri le condanne richieste dall’accusa sono più che pesanti. A cominciare dal vertice dell’ormai tristemente noto “Mondo di Mezzo”, Massimo Carminati: 28 anni per l’ex Nar, poiché capo oltre che promotore dell’associazione a delinquere. Via via tutti gli altri. Da Salvatore Buzzi (26 anni e 3 mesi) a Riccardo Brugia (25 anni e 10 mesi), da Fabrizio Franco Testa (22 anni), all’ex Ad di Ama Franco Panzironi (21 anni), fino all’ex consigliere prima del comune di Roma e poi della Regione Lazio, Luca Gramazio (19 anni e 6 mesi). A 19 dei 46, tra cui Carminati, Buzzi, Panzironi, Gramazio, Brugia e Testa, la procura contesta anche l’associazione di stampo mafioso. Ma c’è di più. L’accusa ha chiesto che Carminati venga dichiarato “delinquente abituale” e che, una volta espiata l’eventuale pena, l’imputato vada per due anni in una colonia agricola o in una casa di lavoro. Allo stesso Carminati, se saranno accolte le richieste della Procura, saranno confiscate le opere d’arte che gli sono già state sequestrate. Peraltro alla richiesta dell’accusa, in collegamento video dal carcere, Carminati ha esultato alzando le braccia al cielo, quasi come a sfidare i suoi accusatori.

La rete criminale – La Procura di Roma, al termine della requisitoria, ha depositato una memoria di 1430 pagine. Il processo orariprenderà il 2 e il 3 maggio con gli interventi dei legali di parte civile. Le accuse, come detto, vanno, a seconda delle posizioni, dalla corruzione, alla turbativa d’asta, l’usura, fino appunto all’associazione mafiosa. Il gruppo, secondo la procura di Roma, avrebbe infatti condizionato per anni, con tangenti e minacce la gestione di appalti e risorse della pubblica amministrazione. Ecco perché, nella requisitoria il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha detto che “a Roma la cosa pubblica è stata gestita come fette di una caciotta da spartire, senza alcuna preoccupazione per il bene comune”. Ma i pm hanno fatto riferimento anche all’esigenza che venga riconosciuta la componente “mafiosa” dell’organizzazione. “La fama criminale determina paura, assoggettamento e omertà, che sono le caratteristiche di un’organizzazione mafiosa”, ha detto non a caso l’accusa, secondo cui era questo aiuto che l’imprenditore Salvatore Buzzi si assicurava pagando il 50% degli utili a Massimo Carminati. Per i pm, peraltro, l’imprenditore aveva scelto il Cecato per il timore che incuteva il suo nome, per i suoi contatti con la destra romana, e soprattutto per avere un socio sempre pronto al “lavoro sporco” fatto di minacce, e violenza contro chi non stava ai patti dettati dall’associazione. Nel procedimento figurano ex amministratori locali di diversi schieramenti politici, ex dipendenti pubblici e dirigenti di azienda: oltre a Panzironi e Gramazio, ci sono, tra gli altri, Giovanni Fiscon ex direttore generale di Ama (5 anni); l’ex presidente dell’Assemblea capitolina, il dem Mirko Coratti (4 anni e 6 mesi) e gli ex consiglieri comunali Pierpaolo Pedetti del Pd, e Giordano Tredicine del Pdl (entrambi  4 anni).

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