Niente cure mediche e asili nido. Vita d’inferno per i figli dei pentiti. Un dramma che in Italia coinvolge 1.800 minori. Il Viminale ha avviato diversi progetti ma non basta

di Clemente Pistilli
Cronaca

Sono nati in famiglie criminali, spesso hanno vissuto episodi terribili e quando i genitori, solitamente i papà, hanno deciso di pentirsi sono entrati nel sistema di protezione, che in un attimo li ha sradicati dalla loro terra, allontanandoli dalla casa in cui fino a quel momento avevano vissuto, da parenti e amici. Ma come se non bastasse nella nuova vita, oltre ad essere costretti sempre a nascondersi per ragioni di sicurezza, si trovano anche alle prese con mille difficoltà, da quelle iniziali per le cure mediche, per le stesse vaccinazioni, e per frequentare l’asilo nido a quelle, una volta diventati più grandi, di integrarsi con i compagni di scuola.

Un inferno quello in cui sono immersi i figli minori dei collaboratori di giustizia. Ben 1800 in Italia alla fine del 2018. Vittime così di troppi problemi fisici e soprattutto psicologici. Un dramma descritto nell’ultima relazione presentata alla Camera dei deputati sulle speciali misure di protezione per i collaboratori di giustizia, sulla loro efficacia e sulle modalità generali di applicazione, che porta ancora la firma dell’ormai ex ministro dell’interno Matteo Salvini. Bambini e ragazzini condannati a crescere in modo complicato, per cui lo Stato ha avviato diversi progetti. Ma ancora non basta viste le tante difficoltà che permangono.

IL QUADRO. “Tra i minori sotto protezione – viene evidenziato nella relazione depositata a Montecitorio – prevalgono disturbi di adattamento e della sfera cognitivo-emotiva, principalmente connessi con le difficoltà scolastiche e le reazioni comportamentali di disadattamento”. Difficile del resto per loro, quando sono piccoli, sottoporsi alle stesse visite mediche, fare le vaccinazioni e frequentare un asilo nido. E dopo troppe le difficoltà nell’inserimento scolastico e sociale, con rapporti “quasi sempre condizionati in funzione delle necessità di tutela e spesso complicati dalla provenienza dei minori sotto protezione, cresciuti in ambienti criminali e subculture connotati da valori, stili di vita e caratteristiche del tutto singolari”. Un problema la stessa lingua. La maggior parte dei figli dei pentiti parla infatti quasi esclusivamente in dialetto e non è facile per loro comunicare nei nuovi contesti sociali in cui vengono inseriti.

LE RISPOSTE. Per quelle centinaia di bambini e bambine, 387 con meno di 5 anni, 517 tra i 6 e i 10, ben 623 tra gli 11 e i 15, l’età più problematica, e 329 tra i 16 e i 18, il Viminale da tempo sta provando a fare qualcosa. I minori vengono infatti seguiti e monitorati con l’obiettivo di prevenire ed eventualmente arginare possibili disagi. Il Ministero dell’interno parla di successi: “Tutti i minori sotto protezione frequentano le scuole dell’obbligo e una larghissima percentuale prosegue regolari corsi di istruzione”. Ancora: “Moltissimi ragazzi si dedicano ad attività sportive, interagiscono normalmente col gruppo dei pari e praticano attività culturali extrascolastiche”.

Ancora troppo poco visti i tanti problemi che permangono, come specificato e descritto dallo stesso Viminale. Difficile che quei ragazzini dopo una vita del genere possano diventare uomini e donne capaci di riscattarsi. Non bastano i “ritorni positivi in termini di recupero e reinserimento sociale dei minori” su cui batte il Ministero dell’interno nella relazione consegnata alle Camere. Una risposta a quei minori a cui ha rubato l’infanzia prima la criminalità organizzata e poi il sistema di protezione dovrà ora darla il ministro Luciana Lamorgese. Dopo aver affrontato il problema dei testimoni di giustizia, il ministro si dovrà occupare dei figli dei pentiti.

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