Padroni delle Università con poteri feudali su carriere e cattedre. Parla Scirè (Trasparenza e merito): “I più bravi sempre superati dai fedeli”

di Davide Manlio Ruffolo
L'intervista

Continua a tenere banco il problema delle baronie nel mondo universitario italiano. Una piaga antica che scoraggia chi intende fare ricerca e su cui “bisogna agire con decisione” come sostiene Giambattista Scirè, amministratore e portavoce dell’associazione Trasparenza e Merito.

Qual è, ad oggi, la situazione dei concorsi nel sistema accademico?
“Le baronie sono ancora attivissime ma hanno cambiato il loro modo di agire. Una volta il concorso era facile da indirizzare ma a seguito della legge Gelmini che prevede una serie di meccanismi che rendono più semplice effettuare contenziosi da parte dei candidati, tutto è cambiato. Basti pensare al fatto che fino a qualche anno fa era impossibile attivare un contenzioso anche in presenza di palesi irregolarità perché nei concorsi era prevista una discrezionalità totale per la presenza di una prova orale a cui veniva riconosciuto un giudizio insindacabile da parte della commissione di turno”.

Cos’è cambiato?
“La legge Gelmini ha messo delle regole basate su titoli e pubblicazioni, quindi su dati oggettivi, eliminando l’aspetto della discrezionalità. Ma la baronia non è sconfitta come testimonia il dato secondo cui dal 2010 a oggi c’è un impennata dei ricorsi al Tar. Pensi che all’inizio anche fare il semplice accesso agli atti era considerato lesa maestà nei confronti della Commissione perché veniva vissuto come una sorta di tentativo di sindacare sulle loro scelte. Ora invece i ricorsi sono in continuo aumento e questo è un segnale importante ma ancora non basta perché i problemi restano”.

In che senso?
“Vede, continuiamo ancora oggi a ricevere tantissime segnalazioni via pec in cui ci vengono indicati i nominativi dei vincitori dei concorsi non solo prima del loro esito ma addirittura in anticipo rispetto alla nomina dei commissari e dell’elenco dei partecipanti al concorso”.

Ci sono aree geografiche in cui il fenomeno è più diffuso e, in caso, perché?
“C’è effettivamente una prevalenza di azioni e contenziosi nel Centro Sud, almeno in termini numerici, ma questo non significa che tali meccanismi siano assenti altrove. Le segnalazioni, infatti, arrivano da tutti gli atenei, senza distinzione tra Nord e Sud”.

Il Governo vuole riformare il metodo di reclutamento per renderlo meritocratico e trasparente. In che modo può riuscirci?
“Intanto è stato attivato uno sportello per segnalare le presunte irregolarità. Ma si dovrebbero fissare una serie di paletti a partire dal sorteggio dei commissari che deve essere integrale, tra tutti quelli possibili, mentre oggi avviene solo tra i pochi che si propongono su base volontaria. Inoltre i criteri di valutazione devono essere scelti prima di sapere i candidati e non dopo, altrimenti è possibile cucire i concorsi su misura dei raccomandati. È necessario anche istituire sospensioni e multe per i commissari che sono stati riconosciuti colpevoli di illeciti. In ultimo, bisogna tagliare i fondi agli atenei che sono coinvolti in più concorsi giudicati irregolari dalla magistratura. Questo sarebbe un bel deterrente”.

Se i migliori vengono sacrificati per fare spazio ai raccomandati non c’è da stupirsi della fuga all’estero dei cervelli. I due fenomeni sono collegati?
“Certamente perché la situazione attuale non premia il merito e così andare all’estero è spesso una scelta obbligata. Ma bisogna convincere chi è andato via a tornare, creando un habitat sano nel mondo accademico”.