Roma e il mondo di mezzo: la zona grigia c’è da sempre. Così gli affaristi si sono arricchiti affondando la città. Dal sacco edilizio degli anni ’50 sino a Buzzi e Carminati

Il mondo di mezzo a Roma esiste da sempre. E l’inchiesta della Procura lascia trasparire benissimo che la sedimentazione di interessi tra comitati d’affari, apparati dell’amministrazione ed esponenti della criminalità ha radici lontane. Cresciuta in un disordine urbanistico pazzesco, soprattutto negli anni cinquanta, la Capitale è abituata a un certo tipo di lubrificazione degli ingranaggi. Grandi fortune edilizie si sono costruite in quell’epoca e ancora oggi questi patrimoni sono il tesoro dei palazzinari, un folto gruppo di costruttori che negli anni ha fatto di tutto per togliersi di dosso la puzza di sudore e di calce per indossare l’abito più elegante degli immobiliaristi.

L’ERA ANDREOTTI
Ma è alla fine degli anni ’80 che nella città del potere andreottiano arriva una delle più grosse torte mai viste. Ci sono i Mondiali di calcio del 1990 e vanno costruite strade, stazioni e ferrovie. Il giro di denaro sarà vorticoso, ma i tempi di Tangentopoli non sono ancora maturi. Scoppiato il bubbone nel ’92, è con l’elezione diretta dei sindaci, la prima giunta di Francesco Rutelli, che decollano le aspettative di pulizia nella città. Il tintinnare di manette fa il suo effetto e oggi l’ex sindaco può rivendicare di aver speso fiumi di soldi per il Giubileo senza l’ombra di un avviso di garanzia. Il fuoco però cova sotto la cenere e negli anni di Walter Veltroni si inizia a tornare lentamente alle vecchie abitudini. Il sindaco vola alto occupandosi sempre di più di grandi questioni nazionali, della fame nel mondo, dei suoi rapporti internazionali. La burocrazia capitolina torna a contare moltissimo e non è un caso che il vero uomo macchina di quell’epoca sia quel Luca Odevaine finito adesso in galera con l’accusa di aver incassato oltre 200 mila euro di tangenti per favorire le cooperative sociali (e rosse) di Salvatore Buzzi.

SPAZIO AGLI AMICI
Il sistema diventa blindato: o stai con l’apparato o sei fatto fuori. La gestione della cosa pubblica si fa sempre più opaca e dove ci sono soldi da gestire spuntano nomi che oggi appaiono inquietanti. Uno dei casi che fece più discutere fu il licenziamento nel giugno 2002 del presidente di Trambus, Fabio Petroni. Quel posto era stato puntato da Luigi Lusi, in seguito diventato l’impresentabile tesoriere della Margherita e finito in carcere per l’appropriazione indebita di milioni di euro. Petroni fu accusato di presunte spese non autorizzate e – caso emblematico – non solo assolto da quell’accusa ma persino risarcito. D’altra parte la Procura di Roma non aveva i fari puntati che ha adesso, in particolare sui crimini associativi e finanziari, e il conglomerato di interessi che coinvolgeva un intero ceto politico fatto di sottobosco dei partiti, portaborse, consiglieri comunali e dei municipi, alla fine imponeva le sue leggi diventando a poco a poco più influente degli stessi leader a Palazzo senatorio o alla Regione.

I VERI RE
A pagare il prezzo più alto erano però i cittadini, costretti a utilizzare servizi scadenti e sempre più costosi. Così le casse pubbliche venivano svuotate e il circolo delle tangenti diventava inarrestabile. Si arriva dunque all’era di Gianni Alemanno, con uno stuolo di manager affamati dopo essere rimasti vent’anni a bocca asciutta. L’inchiesta su Mafia Capitale sembra inchiodare tutti, anche se i riscontri al momento sono meno di quelli che sta cercando la Procura. Il sistema però c’era e la prova del suo potere era nei re che incoronava. Nel linguaggio comune i re di Roma non erano infatti i sindaci o i leader politici di turno, ma “er cecato” Massimo Carminati o “l’avvocato” Manlio Cerroni (il monopolista della discarica di Malagrotta, anche lui finito in carcere con l’accusa di aver oliato decine di politici e funzionari pubblici).

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