Sanremo, uno show da italietta. Il Festival fa discutere e gli ascolti sono da record. Ma è l’immagine perfetta di un Paese decadente

di Carmine Castoro
Tv e Media

Togliendosi il suo mantello sontuoso Achille Lauro avrebbe richiamato l’effige pittorica di un San Francesco che si priva dei beni materiali per intraprendere un cammino celeste di rinuncia e sofferenza. Un bell’esempio, insomma, di manierismo trasgressivo, di citazionismo arruffone e spogliereccio, condito da efebiche tutine, tatuaggi da “maledetto” de noantri e minutaglie genitali in bell’evidenza per ricostruire le cinghie di morte sociale di una kermesse canora diventata ormai non solo tappa d’obbligo del cronoprogramma di distrazione di massa al quale siamo abituati da anni, ma anche snodo cruciale di dirigenze e poltrone, incassi e burocrazie interne a viale Mazzini.

Una fabbrica di mostri e tele-oscenità che tanto piace, dove primeggiano ectoplasmi della provocazione dalla palpebra perennemente abbassata come Lauro, dove vengono sbrinati le Pavone e i Zarrillo, i Masini e i Morgan (che rimpiangiamo più come sfrattato di casa nei programmi della D’Urso che come interprete), dove la logica del finto, del guasto e dell’iperformale insegue come àncora di salvezza il vintage delle reunion, la Spoon River di Frizzi, le “data room” dei sondaggi (che fanno molto cyber e young), l’universalismo melenso delle nonne che sanno di brodo Star e vecchi merletti e l’inclusività comfort di una donna sfregiata dall’acido che si ritrova cantante da stigma di una società mannara qual era, la dinasty ormai da riflusso gastrico di casa Carrisi che a paragone gli autori di Beautiful sono inchiostratori del libro Cuore, dove il conduttore è vestito da domatore di circo e serve il comico che fa le parodie del prete e della De Filippi per sostenere gli ascolti, chiedendo scusa ai bersagli scelti anticipatamente, sigillando hegelianamente nella beatitudine catodica qualsiasi strozzatura critica, hai visto mai che la Chiesa si ricordi degli anatemi e la stessa guru di Canale 5 non chiami in diretta per far finire tutto nella solita stucchevole macchietta dello sfottiamoci ma volemose bene?

Un giardino delle ortiche e delle erbe avvelenate, questo Sanremo, dove dobbiamo sorbirci finanche il pistolotto-piagnisteo di una Jebreal sul femminicidio, caramella all’eucaliptolo di ogni programma che ansima di conferme, fobogena quanto basta, ma immemore di centinaia di libri sulla complessità antropologica dove, per fortuna, il mondo non è diviso fra Uomini e Donne, Bianchi e Neri, Orchi e Cherubini. Una scena musical-patriottica dove, udite udite, l’evento è un red carpet sul genere cammino di Compostela fra Amadeus ed Emma, prima cantante in assoluto nella storia del concorso a uscire dal Teatro Ariston fino alla piazza del centro ligure, dove è tutto brandizzato, guarda caso, Nutella, dalle transenne ai bandoni del palco, alle retine di chi vede. Un tempo si diceva “Italietta”. Qualcuno filosoficamente disse “Tramonto dell’Occidente”. Ma dovremmo dire Tenebre. Tenebre radiose, meglio. Perché è di questi ossimori sciagurati che sta crepando la nostra collettività.

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