Tanti slogan e pochi risultati. E’ il fiasco del Capitano. Il nordafricano che ha causato la morte di due donne nel rogo di Mirandola era stato espulso e mai rimpatriato

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

Non doveva trovarsi in Italia il marocchino che ieri ha appiccato il fuoco agli uffici dei vigili urbani di Mirandola, nel modenese, causando la morte di due donne e l’intossicazione di altre venti. Eppure il diciottenne, fermato poco dopo i fatti con ancora indosso un giubotto antiproiettile della municipale, era libero di gironzolare per il belpaese nonostante fosse già stato raggiunto da un ordine di espulsione, mai eseguito. È questa l’ultima rivelazione sul caso che da ieri sta scatenando una serie infinita di polemiche. Eh sì perché subito dopo il fermo del clandestino e prima che emergessero i nuovi particolari sul suo status, il ministro dell’Interno Matteo Salvini si era fatto prendere la mano e aveva sparato a zero sul suo cavallo di battaglia ossia lo stop al fenomeno delle migrazioni incontrollate.

“Quanto accaduto è l’ennesimo episodio di violenza da parte di un immigrato, con due morti, e testimonia, alla faccia di chi vuole i porti aperti, che quei porti bisogna blindarli in Italia e in tutta Europa” aveva tuonato il leghista. Peccato che poco dopo e con il progredire delle indagini, questa sua affermazione, dal sapore di uno spot elettorale, finiva per trascinarlo in una polemica infinita e certamente non voluta. A tirargli le orecchie, infatti, era stato il suo alleato di Governo ossia il Movimento Cinque Stelle che gli faceva notare come il giovane andava espulso e che questa è un’operazione di competenza esclusiva del Viminale, in altre parole di Salvini.

“Ci auguriamo che quel criminale paghi quel che deve, ma ci sorprende ascoltare dal Viminale esortazioni da campagna elettorale, quando dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell’uomo con intenzioni omicide circolava liberamente in Italia” facevano sapere i grillini con quella che più che una semplice dichiarazione sembra essere una bomba nucleare, per giunta conclusa con una frase che sa di sentenza: “se fosse stato già rimpatriato oggi non ci troveremmo davanti a questo problema”. Nel frattempo dal Viminale fanno sapere che il marocchino non poteva essere allontanato perché al momento della notifica del decreto d’espulsione “aveva espresso l’intenzione di chiedere asilo”.

NUOVO AUTOGOL. Come se non bastasse, in una giornata frenetica che sa di autogol per il ministro dell’Interno, a far rumore è stata anche la sua scelta di non recarsi a Mirandola, preferendo piuttosto continuare il suo tour elettorale e le ospitate in televisione. Una decisione che sembra mostrare il fianco dell’uomo che fino a pochi mesi fa sembrava capace di tramutare in oro, o per meglio dire in voti, qualsiasi fatto di cronaca. E non è nemmeno la prima volta che il capo del Viminale si fa desiderare perché è esattamente quanto fece a seguito della sparatoria nel centro di Napoli in cui venne ferita la piccola Noemi quando, per decidersi ad andare nel capoluogo campano aveva atteso ben quattro giorni.

GESTO FOLLE. Quel che è certo è che il gesto folle del marocchino era evitabile. Secondo le prime indiscrezioni, il marocchino aveva avuto una serie di precedenti per i quali era stato colpito da un ordine di espulsione. Deluso e convinto che il suo tempo in Italia stesse per scadere, il ragazzo decideva di vendicarsi andando ad appiccare le fiamme agli uffici della municipale di Mirandola. Così intorno alle tre della notte tra lunedì e martedì, sfondava uno dei vetri dell’edificio e si introduceva all’interno. Qui prima si impossessava di un giubotto antiproiettile e di un cappello della Polizia locale, di un telefono cellulare di servizio e di altri oggetti arraffati a casaccio, poi incendiava tutto. Pochi attimi e le fiamme si propagavano rapidamente, creando una intensa coltre di fumo che rendeva irrespirabile l’aria in tutti gli appartamenti del primo e secondo piano dell’edificio, causando la morte per asfissia di un’anziana italiana e della sua badante ucraina, oltre all’intossicazione di venti persone.