Turchia, Arabia, Cina, Egitto. I regimi amano le nostre armi. La sola Ankara nel 2015 ha speso in Italia 128 milioni

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Converrà ripeterlo fino alla nausea, ma in Italia c’è una legge, che risale a quasi 30 anni fa (la n. 185 del 1990) che regolamenta in maniera cristallina il mercato d’armi: “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu, “verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”, verso i Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Insomma, il mercato bellico è, ovviamente, lecito, ma a patto che non si mettano pistole, fucili, bombe nelle mani di chi, nel tempo, si è dimostrato efferato dittatore, di chi conduce guerre ingiustificate, di chi nei propri Paesi ha violato il rispetto della dignità umana. Chiaro. Limpido. Lapalissiano.

Peccato però che a conti fatti la realtà sia decisamente diversa.  Nell’attesa che venga pubblicata l’ultima relazione sulle esportazioni di armi autorizzate dal Governo italiano (il termine per la pubblicazione è fissato al 30 marzo, ma la relazione ancora latita), basti riprendere in mano gli ultimi dati disponibili. Nel 2015 sono state autorizzate vendite belliche per 8,2 miliardi di euro. Una crescita esponenziale se si pensa che nell’anno precedente ci si fermava a 2,8 miliardi. Ma la curiosità è che tra i tanti acquirenti spuntano anche Stati che non brillano per democrazia e rispetto dei diritti umani. Per dire. Gli ultimi dati parlano di vendite alla Turchia di Recep Erdogan per 128 milioni di euro. E parliamo solo di esportazioni autorizzate e, dunque, ancora da effettuare. Perché se volessimo andare a vedere quanto è stato concretamente venduto ad Ankara, ci sono da aggiungere altre cifre: secondo il report dell’Osservatorio Permanente di Armi Leggere (Opal), tra il 2014 e il 2015 abbiamo venduto armi alla Turchia per oltre 86 milioni di euro. E ora cosa comprerà il regime turco? A guardare le categorie di acquisto spuntano “navi da guerra”, “bombe, siluri, razzi”, “veicoli terrestri”, “aeromobili”.

Lungo e sanguinoso elenco – Ma quello turco, peraltro, non è l’unico caso. Prendiamo l’Egitto di al-Sisi. Dai dati emerge che nel 2014 sono state esportate in Egitto più di 30mila pistole prodotte da un’azienda della provincia di Brescia per un valore di quasi 8 milioni di euro e nel 2015 sono stati inviati, in gran parte da un’azienda della provincia di Urbino, 3.661 fucili o carabine per un valore di oltre 3,8 milioni di euro. Mentre per il 2015 sono state autorizzate ulteriori esportazioni per 37,6 milioni. Finita qui? Certo che no. Esattamente come nel 2014, infatti, tra i maggiori acquirenti troviamo gli Emirati arabi (che hanno avuto l’ok dal Governo italiano per ricevere materiale bellico per 304 milioni di euro) e l’Arabia Saudita (passata da 163 milioni a 258), entrambi impegnati in una sanguinosa guerra in Yemen, condannata dall’Onu. Senza dimenticare, ancora, casi come Cina e Pakistan (tra i due autorizzazioni per 204 milioni). Stati che comprano abbondantemente armi dalle nostre aziende. Nonostante il “vezzo” per torture e pene di morte.

Tw: @CarmineGazzanni

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