Vietato fare il suo nome. Ma dalla Commissione d’inchiesta, ai processi sugli ex vertici Mps, il caso banche richiama periodi in cui in Bankitalia c’era Mario Draghi

di Stefano Sansonetti
Economia

di Stefano Sansonetti

Nessuno vuole fare il suo nome. Ma il profilo sembra stagliarsi sempre più nitidamente dietro le polemiche bancarie degli ultimi mesi. Mentre tutti si stanno concentrando sui lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche, in pochi hanno registrato le novità andate in scena davanti ai tribunali di Milano e Firenze, dove sono sotto processo l’ex numero uno di Mps, Giuseppe Mussari, e alcuni suoi collaboratori di allora. Ecco, se si collegano queste novità agli obiettivi della Commissione banche, e magari si estende il link alle polemiche che hanno accompagnato le nomine in Bankitalia, diventa difficile non fare quel nome: Mario Draghi. Un sasso nello stagno è stato gettato dall’agenzia Bloomberg, solo in parte ripresa dalla stampa italiana.

Il sasso – L’altro ieri ha raccontato che a Milano, dove è in corso il processo di primo grado per aggiotaggio e falso in bilancio contro Mussari & Co., è stato svelato un documento potenzialmente dirompente. Lo hanno esibito le difese di Deutsche Bank, istituto tedesco protagonista dell’ormai famoso derivato “Santorini” che aveva come controparte proprio la banca senese. Si tratta di un documento della Banca d’Italia datato 17 ottobre del 2010, in cui in sostanza palazzo Koch dimostrava di sapere che la ristrutturazione del derivato “Santorini” serviva a spalmare nel tempo le perdite a carico di Mps. Il tutto prima che ne fosse venuta a conoscenza la magistratura. E chi era Governatore di Bankitalia nell’ottobre del 2010? Draghi. I contenuti di quel documento, peraltro, sempre secondo Bloomberg sono stati confermati in aula da Mauro Parascandolo. Parliamo di un profilo tutt’altro che secondario. Già funzionario di spicco a via Nazionale, Parascandolo ha vissuto tutti i principali tornanti della Vigilanza di Bankitalia, spesso sentito come testimone dai giudici che si sono occupati di questo o quel dissesto bancario: nel 2005, per esempio, si occupò dell’Opa della Popolare di Lodi, all’epoca guidata da Gianpiero Fiorani, sull’Antonveneta, successivamente rilevata da Mps; in tempi più recenti si è confrontato con lo schema dei prestiti “baciati” allegramente elargiti dalla Popolare di Vicenza; sempre in anni recenti ha avuto modo di mettere bocca negli affari di Veneto Banca. Insomma, Parascandolo è un funzionario di Vigilanza che ne ha viste di tutte i colori. Ma torniamo ai derivati che hanno affossato i conti della banca senese. A Firenze Mussari & Co. sono coinvolti in un altro processo, ovvero l’appello per ostacolo alla vigilanza e l’occultamento del famoso “mandate agreement” su “Alexandria”. Quest’ultimo è un altro derivato firmato all’epoca da Mps, stavolta con la banca nipponica Nomura.

La strategia – Qui le difese di Mussari stanno dicendo che non è vero che Bankitalia non ha avuto accesso ai documenti. Anzi, secondo loro via Nazionale ha avuto a disposizione il vero e proprio contratto di rinegoziazione di “Alexandria”, conosciuto dagli ispettori nel 2008. Chi era Governatore di Bankitalia in quell’anno? Draghi, oggi presidente della Bce. E qui si sale un gradino. I derivati “Santorini” e “Alexandria”, con tutto il corredo di ristrutturazioni-rinegoziazioni che hanno prodotto effetti nefasti sui conti di Mps, sono la conseguenza dell’onerosissimo acquisto di Antonveneta da parte della stessa banca senese. La vicenda è ormai tristemente nota: a fine 2007 Rocca Salimbeni si accordò con gli spagnoli del Santander per rilevare Antonveneta al prezzo di 9 miliardi (mentre la preda era stata valutata precedentemente poco più di 6). Ma il costo dell’operazione per Siena sfiorò i 17 miliardi, tenendo conto dei debiti di Antonveneta. L’acquisto, poi definito l’origine di tutti i mali per Siena, venne autorizzato da Bankitalia il 17 marzo del 2008. E chi firmò il provvedimento? Draghi. Infine si può anche tornare un attimo alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Dopo lo scaricabarile andato in scena tra Bankitalia e Consob, a proposito dei (non perfetti) controlli sulle disastrate banche venete, ieri l’organismo bicamerale presieduto da Pier Ferdinando Casini ha deciso di chiedere a via Nazionale documenti di vigilanza che risalgono agli anni 2008-2009. Sul punto un carico da novanta è stato aggiunto dal senatore Andrea Augello (Idea), uno dei più attivi in Commissione banche, il quale in un’intervista al Fatto Quotidiano ha parlato di “un guaio: abbiamo scoperto che tra i 4.200 documenti che ci ha fornito, Bankitalia non ha messo nulla del 2008-2009”.  Da qui la richiesta di integrazione di Casini. Ma anche qui scatta la solita domanda: chi era Governatore in quegli anni? Draghi. Insomma, super Mario è stato protagonista di molti, difficili momenti relativi a banche poi finite sull’orlo del baratro. Le stesse banche che saranno esaminate dalla Commissione d’inchiesta. Certo, Draghi da presidente della Bce si è inventato quel “quantitative easing” che in tempi recenti ha protetto l’Italia dalla tempesta dello spread. Ma basta questo per continuare a non fare il suo nome?

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