Garantismo a corrente alternata: il doppio standard dei sostenitori del Sì al referendum sulla giustizia

Dalla presunzione di innocenza invocata in campagna elettorale alle sentenze mediatiche contro i “nemici”: il garantismo selettivo del sì

Garantismo a corrente alternata: il doppio standard dei sostenitori del Sì al referendum sulla giustizia

Il garantismo è la parola totem della campagna per il sì al referendum sulla separazione delle carriere. Compare nei comizi, nei talk show, negli editoriali dei giornali che sostengono la riforma Nordio. «Basta processi mediatici», «serve un giudice terzo», «presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva», è il lessico ripetuto come un rosario. Poi arrivano i casi concreti, e quel lessico cambia padrone.

Il garantismo sospeso: Hannoun e la sentenza prima del processo

Mentre il fronte del sì chiede agli elettori di votare per una giustizia più garantista, esplode il caso di Mohammad Hannoun, architetto palestinese residente a Genova, arrestato con l’accusa di finanziamento al terrorismo. Siamo solo alle indagini preliminari eppure il garantismo scompare nel giro di poche ore.

Alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli afferma: «Hannoun andava a spasso per tutta Europa con la parlamentare Ascari, si raccoglievano soldi». Nessun condizionale, nessun richiamo alla presunzione di innocenza. L’indagine viene trasformata in una colpa politica estesa. Il giorno dopo, il collega Riccardo De Corato parla di «vergogna per chi lo frequentava», spostando il bersaglio dall’indagato a chiunque non prenda pubblicamente le distanze.

Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, interrogato sul caso, adotta una formula che svuota le garanzie che dice di voler difendere: «Pur con la doverosa presunzione di innocenza, è stato sicuramente squarciato il velo». L’avverbio annulla la premessa. La presunzione resta nominale, la colpevolezza diventa sostanziale.

Gli stessi giornali che sostengono il sì e denunciano da anni la gogna mediatica pubblicano dettagli investigativi, cifre, ricostruzioni ancora da verificare. Il garantismo, in questo caso, non viene nemmeno evocato.

Due pesi e due misure: Garlasco, Open Arms e la giustizia per appartenenza

Pochi giorni dopo, lo stesso fronte politico-mediatico cambia registro sul delitto di Garlasco. La condanna definitiva di Alberto Stasi torna al centro dell’attenzione. Libero titola «Stasi, innocente in galera». Vittorio Feltri scrive: «A Garlasco è mancata la logica». Alessandro Sallusti rincara: «Questa giustizia è come la peste». Qui il garantismo torna improvvisamente assoluto. Le sentenze diventano sospette, i giudici incapaci, il processo un errore sistemico.

Ma dura poco. Quando l’attenzione si sposta su Andrea Sempio, il garantismo evapora di nuovo. Libero apre con «Assassino a piede libero», chiedendo nuovi accertamenti e insinuando responsabilità ancora tutte da verificare. Per scagionare Stasi, si costruisce un altro colpevole mediatico. Stesse firme, stessi giornali, principi opposti.

Quando il garantismo diventa immunità

Il caso Open Arms completa il quadro. Matteo Salvini, imputato per sequestro di persona, dichiara in un video diventato virale: «Mi dichiaro colpevole di aver difeso l’Italia». Il processo viene raccontato come persecuzione politica. I magistrati diventano avversari, la giurisdizione un abuso. Qui il garantismo si trasforma apertamente in richiesta di immunità, mentre la separazione delle carriere viene evocata come argine contro le procure “politicizzate”.

Nel frattempo, sugli episodi di criminalità comune e sull’immigrazione, il linguaggio resta punitivo. «Galera immediata», «certezza della pena», «giudici che liberano i delinquenti» sono titoli e dichiarazioni quotidiane. Quando un giudice applica le regole sulle misure cautelari, viene attaccato come complice. Qui la terzietà non serve.

Il filo che tiene insieme questi episodi è semplice e documentabile: il garantismo vale solo per alcuni. Per i politici, per i colletti bianchi, per i casi utili a delegittimare la magistratura. Per gli altri, stranieri, attivisti, marginali, il principio si sospende.

Il referendum, così raccontato, smette di essere una discussione sull’assetto costituzionale e diventa un voto sull’identità. Si ciancia di giustizialismo e garanzie, ma la divisione è tra cittadini protetti e cittadini esposti. Ed è questo doppio standard, prima ancora della riforma, a pesare oggi sulla credibilità del sì.