La pace, quando arriva, non bussa mai piano. Nel caso ucraino, però, sembra aver scelto di fermarsi sul pianerottolo, in attesa di tempi migliori. Secondo quanto filtra da Mosca, serviranno almeno sei settimane per arrivare a un accordo che soddisfi Vladimir Putin. Insomma, malgrado Donald Trump vada ripetendo di credere che “a breve avremo buone notizie”, la realtà è che i negoziati procedono a rilento e che, almeno per ora, non si è andati oltre a uno scambio di prigionieri.
Mosca frena: “Per la pace in Ucraina serve almeno un altro mese”
Le fonti del Cremlino sentite dall’agenzia Tass parlano chiaro: il lavoro in corso è “complesso, multilivello, e scandito per fasi”. Una matrioska negoziale, che appare atta a prendere altro tempo. Altro che firma rapida. Anche perché il secondo round trilaterale tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, chiuso ad Abu Dhabi, non ha lasciato una data per il prossimo incontro. Un vuoto che pesa. E che dice molto.
Washington osserva e minaccia velatamente il Cremlino
Dall’altra parte dell’Atlantico, Scott Bessent gioca la carta che gli Stati Uniti conoscono meglio: le sanzioni. Il segretario al Tesoro lega eventuali nuove misure contro Mosca all’andamento dei colloqui. Se i negoziati arrancano, il conto potrebbe salire. Nel mirino c’è la cosiddetta flotta ombra russa, quella che tiene in vita l’export energetico aggirando i divieti.
Bessent lo dice senza giri di parole – e senza alzare la voce. Le sanzioni a Rosneft e Lukoil, ricorda, hanno già spinto il Cremlino al tavolo. Funzionano. Almeno un po’. E poi c’è il retroscena che fa discutere: Jared Kushner, genero di Trump, descritto come interlocutore informale nei colloqui. Un ruolo che per alcuni senatori democratici odora di conflitto d’interessi. Per altri è solo realpolitik in salsa familiare.
L’OSCE prova a rientrare in partita
Ignazio Cassis, presidente di turno dell’OSCE, rilancia. L’organizzazione – dice – è pronta a monitorare un eventuale cessate il fuoco e a gestire “l’ultimo miglio” del processo di pace. Un’espressione che suona bene. Ma che presuppone una strada già tracciata.
Secondo Cassis, l’OSCE resta lo strumento più adatto per vigilare, verificare, certificare. Un arbitro necessario. Sempre che le parti lo accettino.
Lavrov alza il tiro sull’Ucraina e contesta le parole dell’OSCE
E qui arriva la doccia fredda. Sergey Lavrov non usa mezze misure: l’OSCE, sostiene, è a rischio “autodistruzione”. Colpa – a suo dire – dell’allontanamento dell’Occidente dai principi dell’Atto finale di Helsinki. Parole pesanti, pronunciate proprio davanti a Cassis e al segretario generale Sinirlioglu.
Il messaggio è chiaro: Mosca non riconosce più l’arbitro e senza arbitro, il gioco si fa sporco.