Rogoredo, l’agente Cinturrino in manette per omicidio volontario. E Salvini si arrampica sugli specchi

Dalla pistola trasportata da un collega al corpo spostato. Così è stato risulto il giallo di Rogoredo. Il caso diventa boomerang per Salvini

Rogoredo, l’agente Cinturrino in manette per omicidio volontario. E Salvini si arrampica sugli specchi

Il castello di menzogne, traballante da tempo, sulla morte del pusher 28enne Abderrahim Mansouri a Rogoredo ieri è definitivamente crollato. Quando cioè l’agente Carmelo Cinturrino – quello per il quale Matteo Salvini aveva aperto una raccolta di firme, che aveva platealmente difeso sui social, che aveva trasformato nel simbolo del suo scudo legale – è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

Avrebbe “coscientemente e volontariamente” sparato verso la “sagoma” di Mansouri, mentre questo “cercava una via di fuga”. Parole della procura di Milano, che, nonostante pressioni politiche asfissianti, non ha mai smesso di indagare su quel “poliziotto” che quasi tutti al commissariato Mecenate sapevano “chiacchierato”, ma che quasi tutti hanno coperto fino all’ultimo.

Cinturrino ha sparato “in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione”

Per il pm Giovanni Tarzia, affiancato dal procuratore capo Marcello Viola, Cinturrino ha sparato “in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione”, come si legge nel decreto di fermo. La vittima non ha mai avuto una pistola in mano, come inizialmente sostenuto, ma ha solo ‘minacciato’ il ‘lancio di una pietra’, tanto che il suo collega interrogato ha ‘riferito di non aver avuto alcun timore di esser colpito’.

La presenza di un sasso sarebbe infatti ben ‘visibile’ nella prima fotografia del corpo del 28enne, ancora per metà stretto nella mano destra con cui, secondo il poliziotto l’uomo avrebbe impugnato invece una pistola. La versione del fermato è stata inoltre smentita da ‘plurimi elementi’ fra cui la ‘posizione’ del ‘corpo’ al momento dello sparo, la ‘dinamica della caduta’, la ‘tempestività della chiamata dei soccorsi’ e i ‘movimenti’ del suo collega.

La pistola col Dna del poliziotto e non della vittima

Determinante per far scattare le manette proprio quella pistola, una replica della Beretta trovata accanto al corpo, portata e messa lì in una fase successiva. Da essa è emerso “un elemento di riscontro formidabile”: sull’arma sono ‘presenti diverse tracce biologiche di Carmelo Cinturrino’, e non sono state, invece, riscontrate tracce biologiche del 28enne.

Fatali per Cinturrino anche le deposizioni dei colleghi, gli stessi che all’inizio lo avevano coperto, ma che davanti a un’accusa di favoreggiamento (e di omissione di soccorso), hanno deciso di salvarsi, lasciandolo affogare. È stato uno di loro a riferire che nessuno degli agenti presenti quel 26 gennaio ha “intimato l’alt” a Mansouri prima di sparargli, né è stato ‘detto o gridato’ qualcosa che potesse ‘segnalare’ al 28enne ‘l’identità delle persone che aveva di fronte’. Inoltre un testimone oculare ha raccontato che il corpo è stato girato da Cinturrino, che gli aveva sparato da dietro e non frontalmente, come inizialmente sostenuto da tutti gli agenti.

Indagini senza influenze politiche

Le indagini sono state condotte “senza tralasciare alcuna zona da bonificare e senza fare sconti a nessuno”, ha detto il procuratore capo Viola, “Questa vicenda – ha aggiunto – fin dall’inizio, dal momento esatto in cui ci è stata segnalata, presentava degli aspetti che non ci hanno convinto di contraddittorietà, che abbiamo cercato di scandagliare nel modo migliore possibile con tutti gli approfondimenti che c’erano da fare e che sono stati svolti egregiamente dalla Squadra Mobile e quelli di tipo scientifico effettuati altrettanto in maniera eccezionale dalla scientifica”.

E Salvini si arrampica sui vetri

Questa la cronaca cruda. Poi c’è la politica. C’è un ministro che, sfortuna sua, proprio ieri, giorno dell’arresto, era in visita al Villaggio Olimpico di Milano. Un ministro costretto ad arrampicarsi sui vetri, aggrappandosi alla retorica: “Penso soprattutto alle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi in divisa che oggi sono per strada in tutta Italia, nelle stazioni, a rischiare la vita per salvare le vite. Quindi se fosse confermato il suo comportamento criminale, sarebbe un oltraggio ai suoi colleghi in divisa”.

Una triste auto-difesa passivo-aggressiva che ora punta tutto su: “Chi sbaglia paga, se qualcuno sbaglia in divisa paga anche di più, perché io come tutti gli italiani, anzi come quasi tutti gli italiani, porto rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine. Se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conti personali, non è degno di quella divisa”. Una retorica che non lo salva.

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