Donald Trump è entrato nell’aula del Congresso con il fare spavaldo di una rockstar, ricevendo applausi ma anche qualche fischio, prima di pronunciare l’atteso discorso sullo Stato dell’Unione che, com’è facilmente intuibile, più che unire gli Usa sembra destinato a dividerli ulteriormente. “Our country is back”, così ha avuto inizio il suo intervento in cui il tycoon ha sostenuto che l’America è tornata, “più grande, più forte e più ricca che mai”.
“Stasera, dopo appena un anno, posso dire con dignità e orgoglio che ci siamo trasformati e non torneremo dove eravamo prima. Abbiamo avuto una svolta epocale”. Parole secche e dirette, con un ritmo da comizio più che da rendiconto istituzionale dove, di norma, si utilizza tutt’altro approccio. Un discorso in cui Trump ha evocato il 1776, la difesa della vita e della libertà, la “ricerca della felicità” come missione collettiva, spiegando che “ora tocca a noi” inseguire i sogni degli Stati Uniti.
E rispolvera il cosiddetto ‘sogno americano’ spiegando che la sua nazione deve essere quella in cui “ogni bambino possa puntare più in alto”, con un governo che risponde al popolo e non ai potenti, e che mette gli interessi dei lavoratori come “prima e ultima preoccupazione”. Insomma ha descritto “un’età dell’oro” che se fosse vera, cosa che evidentemente non lo è, sarebbe davvero il paradiso in terra.
Minacce all’Iran e il solito motto “America First” dominano il discorso
Ma Trump non si è limitato alle visioni, condite di bugie. Ha promesso, senza giri di parole, che “affronterà tutte le minacce mosse all’America”. Nel mirino, com’è evidente anche dalla cronaca internazionale degli ultimi mesi, c’è l’Iran. “Preferisco risolvere la questione con la diplomazia”, ha detto, salvo aggiungere che non permetterà mai a Teheran di avere l’arma nucleare. Del resto, quasi a giustificare il possibile intervento, ha raccontato di avere le prove dell’esistenza di missili iraniani capaci di colpire l’Europa e gli Stati Uniti. Difficile dire se le cose stiano così anche perché il tycoon si è ben guardato dal fornire dettagli tecnici. Ad ogni modo parole in libertà che più che altro sembrano preparare il terreno a un intervento americano contro Teheran.
Un discorso in cui ha parlato anche dell’economia degli Usa. “Per decenni tutto è stato rubato e truccato”, ha accusato, dal commercio alla sanità, dall’energia all’immigrazione. Con lui, invece, “l’America First” ha permesso di rialzare la testa e poco importa se lo ha fatto soprattutto con i suoi (ex?) alleati. Ha rivendicato impegni per oltre 18 trilioni di dollari di investimenti dall’estero. Peccato che sul punto diversi media americani notano che le cifre diffuse non sono accompagnate da prove e appaiono superiori ai dati verificabili.
Migranti zero e la battuta sul terzo mandato che ha alimentato le tensioni
Sul fronte immigrazione, la dichiarazione è stata netta: “Nessun migrante illegale è entrato negli Stati Uniti nell’ultimo anno”. Una frase che sembra a dir poco inverosimile e che quindi deve essere trattata come uno slogan.
E per non farsi mancare nulla ha attaccato il predecessore Joe Biden, parlando di una nazione che al momento del suo insediamento era “in crisi”. Poi, quasi a stemperare il clima teso, ha ironizzato sul “terzo mandato” che, come noto, è vietato dalla Costituzione. “L’ho fatto nel primo anno del mio secondo mandato, ma sarebbe dovuto essere il mio terzo”, ha scherzato, tornando a sostenere di non aver perso le elezioni del 2020. Una battuta? Forse. Ma anche un segnale al suo elettorato più fedele.
Il discorso più lungo della storia, ma senza nemmeno un accenno agli Epstein file
C’è un altro dato che resta, questo discorso di Trump sullo Stato dell’Unione è stato il più lungo della storia recente. Ben un’ora e 48 minuti, superato il record di Bill Clinton. Uno show stucchevole, provocatorio e che ha spinto alcuni democratici a lasciare l’aula ben prima della fine.
Ma non è tutto. Malgrado un intervento monstre, in quasi due ore di intervento il tycoon non ha trovato tempo – e modo – per citare il caso dei cosiddetti Epstein file, i milioni di documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia sul finanziere Jeffrey Epstein. Curiosamente il suo nome è quello che compare più volte nei materiali pubblicati, anche se Trump ha sempre negato ogni illecito. Proprio per questo in aula, diversi parlamentari democratici indossavano spille con la scritta “Stand with Survivors, Release the Files”, ma il tycoon ha scelto il silenzio più totale.
La replica dei democratici a Trump: “State pagando il prezzo”
Davanti a questo discorso, la risposta dei democratici non si è fatta attendere. La governatrice della Virginia, Abigail Spanberger, ha accusato il presidente di non aver detto tutta la verità.
“Gli americani stanno pagando il prezzo dei dazi”, ha affermato, parlando di oltre 1.700 dollari a famiglia in tariffe doganali dall’inizio del mandato. Piccole imprese in affanno. Agricoltori colpiti. Costi che salgono. E un Congresso repubblicano che, secondo lei, non esercita i suoi poteri per fermarlo. “Vi stanno rendendo la vita più difficile. Vi stanno rendendo la vita più costosa”. Parole che dimostrano come gli Usa di questo Trump 2.0, malgrado ciò che dica l’attuale presidente, sono un Paese sempre più diviso e sull’orlo di una crisi di nervi.