Sono finite nel sangue le proste filo-iraniane, esplose in tutto il Pakistan in risposta all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Nel Paese islamico sono almeno ventacinque le vittime causate dagli scontri tra la folla inferocita e le forze dell’ordine di Islamabad.
Karachi, l’assalto e il gas
Particolarmente tesa la situazione registrata nella città di Karachi dove la tensione ha toccato il punto di rottura. Qui migliaia di manifestanti hanno tentato di avvicinarsi agli edifici diplomatici americani, con il probabile intento di assaltarli, scatenando la durissima reazione della polizia che li ha ingaggiati nei pressi dell’enclave che ospita l’ambasciata Usa.
Gas lacrimogeni, sirene e dopo gli immancabili spari che secondo la polizia locale hanno causato almeno dieci morti e oltre settanta feriti tra i manifestanti.
Nord blindato, esercito in strada
Ma se possibile è andata ancora peggio nel Gilgit-Baltistan. Qui tra Gilgit e Skardu le vittime sono state almeno tredici morti, frutto degli scontri tra la folla inferocita e l’esercito pakistan che poi ha annunciato un coprifuoco notturno che si protrarrà almeno fino a mercoledì.
Tensione anche nella capitale Islamabad dove due persone sono state uccise mentre migliaia di cittadini sfilavano con le foto del defunto leader iraniano. Scene che raccontano un Paese spaccato, stretto tra solidarietà religiosa e timori geopolitici.
Il premier Shehbaz Sharif ha definito l’uccisione di Khamenei una “violazione del diritto internazionale”. Parole calibrate – Sharif ha legami sia con Washington sia con Teheran – ma cariche di peso politico.
Con le tensioni in Pakistan che sono sempre più forti, le ambasciate di Stati Uniti e Regno Unito hanno invitato i propri cittadini alla prudenza, consigliando, dove possibile, di restare al sicuro. Parole che dimostrano il timore che queste proteste siano tutt’altro che finite e che, anzi, potrebbero esplodere nuovamente e senza alcun preavviso.