Zelensky sfida Putin e prolunga la guerra in Ucraina: “Il Donbass non si cede”. Da Kiev un secco No allo scambio di territori mentre prosegue lo stallo sulle garanzie di sicurezza

Zelensky respinge il ritiro dal Donbass richiesto da Mosca: “Non lascerò 200mila ucraini”. Nodo garanzie Usa e territori.

Zelensky sfida Putin e prolunga la guerra in Ucraina: “Il Donbass non si cede”. Da Kiev un secco No allo scambio di territori mentre prosegue lo stallo sulle garanzie di sicurezza

La pace in Ucraina può attendere. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky alza il muro e respinge la richiesta di Mosca di un ritiro integrale delle truppe dall’est, consentendo l’annessione delle regioni invase.

“Non lascerò mai il Donbass e i 200mila ucraini che lo abitano”, dice in un’intervista il leader di Kiev al Corriere della Sera. Parole che non hanno il suono della diplomazia, ma che costituiscono quella che per Zelensky è una linea rossa in questo conflitto che va avanti ormai da cinque anni. Peccato che questa posizione, dal suo punto di vista più che comprensibile, rende letteralmente impossibile un negoziato con Vladimir Putin che, al contrario, non vuole rinunciare a quei territori faticosamente – e soltanto parzialmente – conquistati.

Il compromesso accettato con riluttanza da Kiev ma che non basta a Mosca

Come spiegato dal presidente ucraino, Kiev aveva accettato – e non senza mal di pancia – la proposta americana di congelare la linea del fronte e limitare i negoziati a un’area di circa 5.800 chilometri quadrati. Un compromesso che permetteva a Zelensky di salvare la faccia in quanto non costituiva una vera e propria resa.

Una soluzione che lo stesso leader ucraino ha rivendicato con forza, dicendo di aver seguito alla lettera le indicazioni di Donald Trump per tentare almeno di fermare i combattimenti. Ma, questo quanto sostiene Zelensky, Mosca non si è accontentata e ha chiesto il ritiro totale di tutte le forze armate ucraine dall’intero Donbass, incluse le parti di quel territorio che non sono state ancora invase per via delle enormi difficoltà della macchina bellica dello zar russo.

Le surreali garanzie di sicurezza degli Stati Uniti

Cosa ancor più grave è che mentre continuano gli attacchi, resta in stallo il nodo sulle garanzie da sicurezza da fornire all’Ucraina. Gli americani avrebbero proposto zone smilitarizzate e aree economiche libere su entrambi i lati della linea di contatto, ma secondo il presidente ucraino il Cremlino pretenderebbe che tali misure valgano solo per l’Ucraina. Qualcosa che Zelensky, a ragione, non esita a definire: “Una pura follia”.

Ma c’è di più. Zelensky esclude qualsiasi scambio territoriale: “Perché dovremmo barattare una parte della nostra patria?”. E nel Donbass, ricorda, si trovano le roccaforti difensive più solide e ritirarsi significherebbe spalancare un corridoio verso il cuore del Paese.

Nel Donbass la partita è ancora aperta

Intanto sul terreno si continua a combattere con ferocia. Ma la guerra, al di là di quello che si racconta, vive di un sostanziale stallo. Anzi da inizio anno, Kiev rivendica di aver riconquistato ben 460 chilometri quadrati, causando perdite russe fino a 35mila uomini al mese. Dati difficili da verificare in modo indipendente, ma che raccontano l’intensità dello scontro ancora in corso.

“I negoziati seri inizieranno quando il loro esercito inizierà a rimpicciolirsi”, afferma Zelensky con parole battagliere. Ma la situazione per Kiev, malgrado l’ottimismo del leader ucraino, rischia di peggiorare perché da sabato si è imposta un’altra variabile che complica lo scenario: gli attacchi degli Stati Uniti contro l’Iran. Raid di Trump che per il presidente dell’Ucraina hanno costituito “una buona decisione” ma che rischiano di complicare la fornitura di sistemi di difesa aerea a Kiev proprio nel momento del conflitto in cui ne ha più bisogno.