Che il conflitto contro l’Iran non sia andato come immaginato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, convinti di poter rovesciare il regime degli ayatollah nel breve termine, appare ormai evidente. Del resto, una guerra che secondo il presidente americano sarebbe dovuta durare pochi giorni, o al massimo qualche settimana secondo le previsioni del premier israeliano, va avanti da mesi senza che si intraveda una soluzione concreta.
Secondo una dettagliata analisi della BBC, i due leader “credevano che la vittoria sull’Iran avrebbe ridisegnato il Medio Oriente”. Gli equilibri della regione, in effetti, sono cambiati, “ma non nel modo in cui si aspettavano”.
Dopo mesi di combattimenti, prosegue il network britannico, la Repubblica Islamica non è stata sconfitta e il rischio è quello di una “lunga e logorante permacrisi”, destinata a oscillare tra fasi di guerra aperta e momenti di tensione permanente. Uno scenario che minaccia la stabilità del Medio Oriente e la sicurezza delle principali rotte marittime della regione.
La BBC sottolinea inoltre che “il regime iraniano si è dimostrato un osso molto più duro di quanto Trump e Netanyahu avessero previsto”, con “i due leader che hanno perso il controllo delle conseguenze”. Secondo questa lettura, i bombardamenti e i raid aerei non sarebbero sufficienti a provocare il collasso del sistema di potere iraniano.
Al contrario, gli ayatollah “non cederanno nella loro determinazione a uscire da questa guerra vincitori”, poiché tale risultato coincide con la sopravvivenza del regime e con il rafforzamento della sua capacità di deterrenza, anche attraverso il riconoscimento del controllo esercitato sullo Stretto di Hormuz.
“Hanno sottovalutato i Pasdaran”, la BBC demolisce la strategia di Trump e Bibi
A complicare ulteriormente i piani della Casa Bianca c’è anche la scarsa popolarità del conflitto negli Stati Uniti. Proprio per questo Trump ha finora evitato, e con ogni probabilità continuerà a evitare, un’offensiva terrestre che potrebbe comportare pesanti perdite umane e avere conseguenze politiche interne.
Secondo numerosi analisti militari, tuttavia, un’operazione di terra sarebbe l’unica in grado di mettere realmente in discussione la tenuta del regime guidato da Mojtaba Khamenei e sostenuto dai Pasdaran.
Per questo motivo, osserva ancora la BBC, il presidente americano sarebbe alla ricerca di una via d’uscita che possa essere presentata come un successo diplomatico. L’obiettivo sarebbe ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e avviare successivi negoziati sul programma nucleare iraniano.
Si tratta però di una strategia difficile da vendere come una vittoria. Fino allo scoppio della guerra, infatti, lo Stretto era aperto alla navigazione commerciale internazionale. La sua chiusura è stata una conseguenza diretta dell’escalation militare e delle rappresaglie iraniane.
Nel frattempo Teheran punta a dimostrare che “ulteriori attacchi contro l’Iran porteranno a conseguenze dolorose” per l’economia globale e continua a sostenere i propri alleati regionali. Non a caso, secondo la BBC, “un elemento chiave della loro strategia è collegare la guerra in Libano alla guerra nel Golfo”.
Da qui il messaggio rivolto a Washington: difficilmente potrà esserci un accordo duraturo se Israele continuerà a colpire il Libano e a perseguire l’indebolimento di Hezbollah.
Uno scenario che appare poco probabile. Netanyahu ha infatti intensificato gli attacchi contro Beirut e starebbe valutando l’autorizzazione di 61 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Per il governo israeliano, la pressione militare resta uno strumento indispensabile per neutralizzare minacce considerate esistenziali.
Tutti elementi che fanno apparire il Medio Oriente più vicino a una nuova escalation che a una reale soluzione del conflitto.