TeleMostro

La Spagna campione del mondo, non solo di calcio

La Spagna emblema di integrazione e egualitarismo che nemmeno la FIFA di Infantino è riuscito a indirizzare dalla parte opposta

La Spagna campione del mondo, non solo di calcio

La recente Finale Mondiale tra Spagna e Argentina, e la conseguente vittoria della prima sulla seconda, ha siglato la superiorità di una squadra contro l’altra, di una filosofia di gioco contro una strategia di attacco, di giocatori che si supportano l’un l’altro contro gregari alla ricerca di un unico protagonista.

Scaloni ha scelto di esaltare un leader come Lionel Messi, con una carriera leggendaria alle spalle; de la Fuente invece ha tirato su una Nazionale di campioni come se non facessero altro che cercarsi e trovarsi da una vita: una mentalità da Club di calcio più che da Nazionale, il cui fulcro identitario proviene soprattutto dai compagni di squadra del Barcellona.
Ma le differenze sono anche caratteriali, con l’Argentina che fa della prepotenza fisica e dell’aggressività muscolare una questione di dominanza spaziale, mentre gli spagnoli emanano una gioia corporea e una libertà che frantuma le etichette e i ruoli, tanto nel calcio quanto nelle identità di genere.

Durante la premiazione il capitano Rodri ha “cacciato” Donald Trump dall’inquadratura della foto per avere un ricordo di squadra piuttosto che diventare un gagliardetto politico, perché in Spagna il Governo Sanchez è malvisto dalle destre europee che proprio al Presidente degli Stati Uniti si ispirano. Eletto miglior giocatore del torneo, il centrocampista Pallone d’Oro delle Furie Rosse e del Manchester City non è stato l’unico a svincolarsi dall’autoritarismo presenzialista di Trump: il fuoriclasse Lamine Yamal si è rifiutato di stringergli la mano, mentre Borja Iglesias si è presentato davanti alla Coppa con le unghie pittate, come gesto di solidarietà e vicinanza al movimento LGBTQ+.

In una Spagna dotata di tutte le leggi necessarie affinché il concetto di cittadinanza sia inclusivo e paritario, anche i festeggiamenti per la Coppa del Mondo, poco composti e molto confidenziali dei suoi campioni, denudati sul pullman che sfilava per le strade di Madrid, raccontano una condivisa liberazione del corpo dallo stereotipo del calciatore che conosciamo, ipnotizzati dalle languide pose di Ferran Torres e dal bacio in bocca tra Unai Simón e Yeremi Pino.

È un atteggiamento culturale genetico, una storia di integrazione introiettata e di egualitarismo connaturato all’identità di un popolo che nemmeno la FIFA di Infantino è riuscita a indirizzare dalla parte opposta, nonostante le pressioni di Trump.