Luca Palamara vuole tornare in magistratura. Lo ha detto lui stesso il 3 marzo 2026, all’uscita dall’udienza davanti al giudice di Perugia Natalia Giubilei: «Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al CSM con un certificato penale illibato». Potrebbe riuscirci. E lo deve, paradossalmente, alla riforma del ministro Carlo Nordio.
L’istanza presentata dai suoi difensori, gli avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, chiede la revoca del patteggiamento del settembre 2023 per traffico di influenze illecite. Il fondamento è l’abolitio criminis: il reato non esiste più, nella forma in cui era stato contestato a Palamara, dopo che le sentenze della Corte costituzionale hanno ridisegnato il perimetro del traffico di influenze in seguito all’abrogazione dell’abuso d’ufficio voluta da Nordio. La Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ha espresso parere favorevole. Il giudice si è riservato di decidere.
Il meccanismo dell’abolitio
Non è un episodio isolato. Il 27 febbraio 2026 il giudice dell’udienza preliminare Giorgio Margheri aveva già dichiarato l’abolitio criminis per Leonardo Manfredi Ceglia, co-imputato di Palamara in uno dei filoni d’indagine a Perugia. La catena è diretta: la legge Nordio abroga l’abuso d’ufficio, la Corte costituzionale ne trae le conseguenze sul traffico di influenze, i patteggiamenti precedenti perdono fondamento. Il beneficiario più visibile è l’uomo che per anni era stato indicato come simbolo della degenerazione delle correnti nella magistratura italiana.
WikiMafia ha ricostruito il meccanismo in un post diventato virale – oltre ottomila interazioni in poche ore – con una sintesi che vale come referto tecnico: Palamara potrà tornare in toga «grazie all’abolizione dell’abuso d’ufficio e allo svuotamento del traffico di influenze voluti da Nordio». Non è una semplificazione polemica: è la descrizione di quanto sta accadendo nelle aule di Perugia, con il parere favorevole della Procura.
La toga e il tribunale delle nomine
Ma non c’è solo Palamara. Il 4 marzo 2026 il CSM ha approvato la delibera che autorizza il rientro in toga di Cosimo Ferri: ex deputato di Italia Viva, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, protagonista della riunione all’Hotel Champagne del 9 maggio 2019 che aveva portato alla radiazione di Palamara. Il Csm ha votato con quattordici astensioni e un solo voto contrario, definendo la delibera un atto dovuto, imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva ribaltato il divieto derivante dalla riforma Cartabia.
Ferri torna giudice al Tribunale di Roma: proprio la sede del cui procuratore si discuteva quella notte, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato delle nomine. Anche la salvezza disciplinare di Ferri ha una responsabilità politica precisa: la Camera aveva negato per due volte alla Sezione disciplinare del CSM l’uso delle intercettazioni sul telefono di Palamara, rendendo inapplicabile la sanzione più grave.
Intanto, i fautori della riforma Nordio chiedono agli italiani di votare sì al referendum del 2026 per restituire credibilità alla magistratura. WikiMafia ha chiuso il suo post con una domanda senza risposta: «Ma alla politica chi la ridà?». È la domanda giusta. La credibilità non si ricostruisce con un voto referendario mentre le stesse norme che il referendum vuole consacrare riaprono le porte a chi quelle porte le aveva sfondate, in una notte d’albergo che la politica ha poi deciso di non voler sentire.