L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca,, ha ottenuto l’accreditamento europeo nel 2025 per una ragione precisa: era indipendente. Il registro Eqar l’ha iscritta il 27 marzo, l’associazione Enqa ha rinnovato l’adesione il 10 aprile a Paphos, e in entrambi i casi il requisito che pesava di più era la distanza dal potere politico. Undici mesi dopo, quella distanza il governo l’ha riportata indietro.
Il regolamento varato con il Dpr 7 gennaio 2026 n. 12, in vigore dal 19 febbraio, ha riscritto la governance dell’Agenzia. A scegliere il presidente ora è il ministro, da una terna preparata da un comitato a maggioranza di nomina ministeriale, proprio lì dove prima decideva il Consiglio direttivo. A presiedere il comitato che filtra le candidature è il segretario generale del Ministero dell’Università e della Ricerca: l’autonomia, di fatto, parte da dentro il ministero. E l’Agenzia deve muoversi “in coerenza con le linee di indirizzo del Ministro”, che ne approva il programma. Il direttivo scende da sette a cinque, arriva un direttore generale, entra pure l’Afam, il sistema italiano di istruzione superiore di livello universitario dedicato alle arti visive, alla musica, alla danza e al design che sta sotto la supervisione del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La ministra Anna Maria Bernini lo presenta come un rafforzamento dell’indipendenza, dice.
Cosa controlla davvero l’Anvur
Sotto l’organigramma c’è il denaro. L’Anvur certifica la qualità di atenei, corsi e dottorati, e le sue valutazioni della ricerca pesano sulla redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario: una quota rilevante delle risorse alle università si muove sui risultati di quegli esercizi. Chi guida l’Agenzia quindi decide dove vanno i soldi.
Francesca De Rugeriis, segretaria Fp Cgil Roma e Lazio, ricorda che l’Agenzia regge tutto questo con 36 dipendenti su un fabbisogno di 59, e che se diventa «il braccio lungo del ministro» perde la sua funzione. Gli standard europei Esg chiedono esattamente l’opposto: separazione netta tra chi regola, il ministero, e chi valuta. Senza quel timbro, avverte la sindacalista, l’Agenzia perde autorevolezza in Europa e la capacità di trattenere competenze, mentre i ragazzi continuano ad andarsene. Cosa succederebbe al sistema universitario se quell’accreditamento saltasse?
L’occupazione, una poltrona alla volta
Il 22 maggio il Consiglio dei ministri ha avviato le nomine. Alla presidenza Venerando Marano, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e ordinario a Tor Vergata, dato in quota Meloni. Nel direttivo Aurelio Tommasetti, ex rettore di Salerno e consigliere regionale della Lega in Campania fino a fine 2025, e Matteo Lorito, rettore della Federico II, indicato come riferimento di Forza Italia. Un seggio per partito.
Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, parla di conferma dei peggiori timori: l’Agenzia «è diventata di fatto un dipartimento del ministero». La stessa Fracassi lega la mossa a un taglio del Fondo arrivato insieme alla richiesta agli atenei di «semplificare le spese». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la ministra in commissione, parlando di spartizione di poltrone. Il governo risponde che i curriculum sono di alto profilo, e in effetti lo sono. Solo che il valore dei singoli non spiega il disegno.
L’Anvur è un caso dentro una sequenza. Il Servizio per il controllo parlamentare della Camera ha contato 103 caselle da riempire in 35 enti entro fine settembre; nelle sole partecipate pubbliche si parla di oltre 200 nomine nel corso del 2026; e poi la Consob, l’Antitrust, il collegio del Garante della privacy, gli enti culturali fino alla Reggia di Caserta, la Rai che le opposizioni contestano nomina dopo nomina da due anni. Ogni casella, ogni ente un presidio. Del resto è il metodo, prima ancora del merito di chi entra.
E l’accreditamento europeo, quello che certificava un’università italiana credibile oltre i confini, ora pende da un’indipendenza che il governo ha appena trasferito a sé stesso.