Giustizia, in Italia il miglior rapporto tra cause risolte e in entrata: ecco i numeri che il fronte del Sì non cita

Giustizia, i numeri del Justice Scoreboard 2025 smontano la narrazione del "sistema al collasso" usata per giustificare la riforma Nordio.

Giustizia, in Italia il miglior rapporto tra cause risolte e in entrata: ecco i numeri che il fronte del Sì non cita

Il dato che manca sempre nella campagna del Sì è 1,10. È il clearance rate italiano per le cause civili e commerciali nel 2023, calcolato dal Justice Scoreboard 2025 della Commissione Europea: il rapporto tra cause risolte e cause in entrata. Quando supera 1, il sistema smaltisce più di quanto riceve. L’Italia registra il valore più alto tra tutti i ventisette paesi dell’Unione con dati disponibili. Per le cause amministrative sale a 1,21, secondo solo alla Grecia. Eppure la narrazione di chi vuole riformare la magistratura descrive un sistema al collasso, intasato, incapace di funzionare. I numeri raccontano un’altra storia.

La Giustizia tra efficienza e propaganda

L’analisi di Lorenzo Ruffino su Justice Scoreboard, Eurostat e Eurobarometro, pubblicata l’11 marzo, ricostruisce lo stato della giustizia italiana nel confronto europeo. Il quadro è quello di un sistema in miglioramento su quasi tutti gli indicatori misurabili, con problemi reali e documentati, che il referendum del 22 e 23 marzo non è attrezzato a risolvere.

L’arretrato si riduce. Le vertenze civili e commerciali ancora aperte a fine 2023 erano 3,3 ogni 100 abitanti, contro le 4,5del 2014. I tempi medi per le cause civili sono scesi da 532 giorni nel 2014 a 511 nel 2023, con un picco post-pandemia di 560 giorni nel 2021 già riassorbito. Nella giustizia amministrativa il miglioramento è ancora più netto: da 984 giorni nel 2014 a 595 nel 2023, quasi quattrocento giorni in meno in un decennio. I 511 giorni per le cause civili rimangono un problema serio, la media europea è 292, ma questa distanza non dipende dalla struttura delle carriere dei magistrati.

Il vero collo di bottiglia si chiama organico

L’Italia conta 12,2 giudici ogni 100 mila abitanti contro una media europea di 22,2. Siamo al settimo posto dal basso su ventisette paesi, appena sopra Spagna e Francia (11,1 entrambe) e Svezia (11,8). I paesi con cause civili più rapide, come Lituania (120 giorni) e Repubblica Ceca (126), hanno densità di magistratura ben superiori. Dall’altra parte c’è il numero di avvocati: 386 ogni 100 mila abitanti, quarto valore nell’intera Unione Europea, quasi il doppio della media di 199. È questa la forbice che rallenta i processi, il carico sproporzionato che grava su ogni singolo giudice.

La spesa pubblica per i tribunali nel 2023 è stata dello 0,33 per cento del Pil, in linea con la media Ue dello 0,32. Ma l’Italia distribuisce male le risorse per la giustizia, con un organico di magistratura tra i più bassi d’Europa. La separazione delle carriere non tocca nessuno di questi parametri. Non porta un giudice in più nelle aule e non riduce di un giorno i tempi di definizione. Riorganizza simbolicamente i ruoli interni alla magistratura.

La fiducia cresce proprio mentre si vota per riformare

L’Eurobarometro 2025 registra che il 46 per cento degli italiani valuta positivamente l’indipendenza del proprio sistema giudiziario. Nel 2016 era il 25 per cento: in nove anni la quota è quasi raddoppiata, con 21 punti percentuali in più, l’aumento più netto tra i paesi del Mediterraneo. La media europea è del 54 per cento, il divario rimane, ma la direzione è inequivocabile.

Tra chi giudica il sistema negativamente, i motivi principali riguardano le pressioni degli interessi economici, citate dal 70 per cento degli insoddisfatti, e le interferenze della politica, indicate dal 64 per cento. Lo status dei giudici come fattore che ne compromette l’indipendenza è segnalato dal 60 per cento. Il referendum del 22 marzo non interviene su nessuno di questi elementi. Le pressioni economiche sui giudici non dipendono dalla struttura delle carriere. E la promessa della “politica fuori dal Csm” attraverso il sorteggio va letta nei dettagli della riforma: i membri laici dei due nuovi Consigli superiori della magistratura saranno estratti a sorte, ma da una lista preselezionata dal Parlamento, cioè dalla maggioranza del momento. La lunghezza di quella lista, come hanno osservato diversi giuristi, verrà stabilita con una legge attuativa. Se la lista sarà corta, il sorteggio diventa elezione con altri mezzi. La politica, di fatto, si sceglie i sorteggiabili.

Il dato che i sostenitori del Sì non citano mai rimane 1,10. Una giustizia che smaltisce più di quanto riceve, con i tempi in calo e la fiducia dei cittadini in risalita, ha bisogno di più giudici, insomma, e di risorse distribuite dove servono.