A sentire Donald Trump, lo Stretto di Hormuz è in sicurezza e la guerra in Iran è pressoché finita. Eppure questa narrativa sembra essere distante dalla realtà. Intendiamoci: il tycoon ci ha abituato a dire tutto e il contrario di tutto, ma la novità che emerge da questa crisi mediorientale è che, dopo ogni sua dichiarazione roboante, arriva puntualmente una smentita.
È esattamente quanto successo ieri, quando il presidente degli Stati Uniti ha ribadito che “l’Iran è vicino alla sconfitta”, con il regime di Mojtaba Khamenei che sarebbe “ai titoli di coda”, aggiungendo che potrebbe “distruggere tutte le infrastrutture e le linee elettriche” del Paese “ma per ora non voglio farlo”.
Se l’ultima volta, in merito alla durata del conflitto, la smentita era arrivata dal primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu — convinto che questa dipenda interamente dalla caduta delle autorità di Teheran — questa volta a raccontare una storia diversa è l’intelligence statunitense. Come riporta la Reuters, che ha sentito fonti qualificate, le capacità militari dell’Iran sarebbero ancora notevoli e, soprattutto, malgrado “due settimane di guerra, la leadership iraniana rimane sostanzialmente intatta e non è a rischio di collasso nel breve termine”.
Gli 007 degli Usa osservano anche che non è ancora chiaro come una campagna militare israelo-americana possa rovesciare l’attuale regime senza un intervento sul campo che, però, nessuno sembra intenzionato a condurre.
L’Iran colpisce dove fa più male
Ma il tycoon, che ieri ha dato spettacolo con dichiarazioni roboanti, ha anche affrontato la questione dello Stretto di Hormuz. A suo dire, il Pentagono ha già “distrutto 28 navi posamine iraniane”, aggiungendo di non credere “che l’Iran sia riuscito a piazzare” tali ordigni in questo striminzito lembo di mare.
Tutte ragioni per le quali, scatenando lo stupore di tutti, ha tagliato corto affermando che lo “Stretto di Hormuz è in ottima forma” e che quindi il transito delle petroliere può riprendere.
Peccato che a smentirlo ci si sia messo il Wall Street Journal con un articolo in cui, sentiti diversi funzionari statunitensi, si racconta come le alte sfere del Pentagono siano ormai convinte che sia concreta “la prospettiva di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz che soffocherebbe le esportazioni”, causando uno shock economico globale di entità mai viste.
I pasdaran alzano ancora la posta in gioco
Ma la cosa peggiore è che Teheran sembra aver capito come colpire l’Occidente in modo da causare i maggiori danni. Infatti, come riporta la BBC, i pasdaran ormai non si accontentano della sola chiusura di questo lembo di mare, ma stanno allargando le operazioni con una serie di attacchi alle petroliere che si trovano al di fuori dello Stretto e alle infrastrutture energetiche dei Paesi arabi.
Soltanto ieri due petroliere sono state colpite dall’esercito iraniano nei pressi del porto iracheno di Bassora, convincendo il governo dell’Iraq a sospendere le operazioni in tutti i terminal petroliferi del Paese, mentre una portacontainer è stata attaccata al largo degli Emirati Arabi Uniti.
Attacchi che hanno preso di mira anche i serbatoi di petrolio e carburante nei pressi dell’aeroporto del Bahrein e quelli in Oman, dove il governo ha disposto l’evacuazione delle navi dal proprio terminal di esportazione petrolifera come misura precauzionale.
Il Medio Oriente è in fiamme
Ma i furiosi attacchi iraniani non si sono limitati a questo: droni e missili hanno continuato a martellare le principali capitali dei Paesi arabi, causando ingenti danni, e anche le basi americane.
Proprio queste, come ammesso dal Pentagono che inizialmente minimizzava l’accaduto, sono state colpite duramente: dall’inizio della guerra sono già caduti 6 militari americani e altri 150 sono stati feriti, 30 dei quali in modo serio.
Insomma, alla luce di tutto ciò appare poco credibile l’ottimismo di Trump che, assieme a Netanyahu, ha risposto colpo su colpo con attacchi su larga scala a Teheran e anche su due impianti nucleari iraniani, quelli di Fordow e di Talegan.
Ma la guerra si avvia verso un’ulteriore escalation anche in Libano, dove Hezbollah e l’esercito israeliano continuano a scambiarsi duri colpi, tanto che l’IDF ha minacciato di lanciare un’offensiva di terra spiegando che questa potrebbe iniziare da un momento all’altro.